So di andare controcorrente e di provocare – con quanto mi accingo a scrivere – nella migliore delle ipotesi un “acceso” dibattito. Probabilmente riceverò anche molti insulti e perfino accuse di essermi “venduto” o aver smarrito la ragione. Ma non posso non esprimere il mio profondo disagio, le mie perplessità e i miei timori (guai a stuzzicare l’antioccidentalismo in paesi dove è ancora bello vispo) nei confronti della recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, che ha condannato i “barbari” giapponesi a sospendere la caccia alle balene. Una sentenza che – e solo questo dovrebbe far preoccupare invece che suscitare vanagloriosa soddisfazione – il governo giapponese ha dichiarato subito di accettare, probabilmente in cambio di qualcosa. Cos’è, in fondo, più importante? Difendere ad oltranza una “antica tradizione” che oramai coinvolge poche migliaia di addetti politicamente innocui (a differenza delle potenti ed influenti lobby esistenti in Islanda e Norvegia) e sempre meno consumatori (una delle più diffuse sciocchezze che si leggono in questi giorni è che la carne di balena sia carissima e al tempo stesso comunemente consumata perfino nelle mense scolastiche, quando i dati parlano chiaro: appena l’11% dichiara di mangiarla ogni tanto, mentre ben il 65% dichiara di non averla mai assaggiata perché “non è buona”) o accreditarsi a futura memoria come un paese che rispetta la legalità internazionale e che dalla stessa si aspetta riconoscimento e tutela?

Nel prossimo futuro la Corte Internazionale di Giustizia dovrà probabilmente occuparsi di questioni ben più importanti, come quelle territoriali che oppongono il Giappone alla Cina e alla Corea. Mostrare rispetto e obbedienza ora potrebbe essere un azzeccato tentativo di “captatio benevolentiae” per un paese che, diciamolo francamente, non suscita grandi simpatie internazionali. Questo non significa, però, che la sentenza sia equa, “eticamente” sostenibile e, soprattutto, giuridicamente corretta. Tutt’altro. Lasciamo perdere la questione etica, sulla quale l’Occidente deve davvero smetterla di imporre i suoi valori “relativi”, validi oggi e sconosciuti ieri (e viceversa) e pretendere, vuoi con i cannoni puntati, vuoi con l’arroganza culturale di cui è stato sempre capace, di imporli al resto del mondo. Basta girarlo il mondo, soprattutto di questi tempi, per renderci conto di quanto assurda sia questa pretesa e di quanto ridicoli possiamo diventare, noi civilissimi europei (per non dire noi italiani ) agli occhi di altre civiltà. Giappone, Corea, Cina, tanto per fare qualche esempio. Un conto è criticare – giustamente – questi paesi sui diritti umani. Sulla pena di morte, per esempio. L’Europa ha tutto il diritto/dovere di farlo, avendola unanimemente abolita (e noi per primi, un record di cui dobbiamo andar fieri). Ma quanto ai diritti degli animali, per carità. Un minimo di pudore. Paesi che torturano regolarmente oche, visoni, vitelli e quant’altro come possono pretendere di indicare la retta via? Ma davvero vogliamo insistere sul fatto che la mattanza dei tonni è sacrosanta e quella dei delfini eticamente deplorevole? E perché? Perché i tonni sono brutti e idioti e i delfini carini e intelligenti? Nazismo ittico, mi ha detto, tempo fa, un funzionario giapponese. Uno che ha vissuto qualche anno in Italia, e la cui figlia è ancora traumatizzata per aver assistito, al mercato rionale di Ponte Milvio, allo scuoiamento di un coniglio appena ammazzato con una botta in testa. Questo perché i giapponesi considerano i conigli animali domestici, al pari di cani, gatti, uccellini e kabutomushi, cervi volanti. Sissignore, cervi volanti. Quelli insettoni – pare discretamente intelligenti – che molti potrebbero scambiare per enormi bacherozzi. I bambini giapponesi li ricevono dai genitori ancora allo stato di larve e poi, quando si trasformano, li allevano con affetto e dedizione. E allora? Solo per questo i giapponesi sono barbari e gli australiani, che vanno a caccia di canguri (a proposito: sono intelligenti o scemi?) e se li pappano poi in tutte le salse, faro di civiltà?

Quanto alle balene, forse sarebbe bene informarsi davvero – leggendo non solo i pur sacrosanti comunicati di Greenpeace e di Sea Sheperd, ma anche i rapporti scientifici pubblicati dalla stessa Commissione Internazionale, nata, è bene ricordarlo, per “regolamentare” la caccia, non per abolirla – e scoprire che su 81 specie riconosciute, solo 7 sono a serio rischio di estinzione, nessuna delle quali viene cacciata dai “barbari” giapponesi, mentre i civilissimi islandesi e norvegesi, che non hanno firmato l’accordo internazionale, continuano impunemente a farlo. Forse è bene ricordare a chi pensa che i giapponesi siano crudeli e perniciosi massacratori di balene che sono stati gli occidentali, americani e russi in primis, a trasformarla in attività industriale e minacciarne l’estinzione. La caccia alle balene, che in Giappone risale a tempi antichissimi ma si svolgeva principalmente lungo le coste, legata com’era a scopi prettamente alimentari, in Occidente è iniziata attorno all’XI secolo. Ed è stato subito business. Prima i baschi, poi olandesi e inglesi, infine russi e americani, che nel XIX secolo ne hanno fatto indiscriminata strage per procurarsi olio da illuminazione, grassi vari e glicerina per la polvere da sparo. Di questo irresponsabile massacro (la popolazione complessiva delle balene, nell’emisfero sud del pianeta, passò da oltre 300 mila a 23 mila) i balenieri giapponesi, che all’epoca usavano ancora navi a vela e arpioni a mano, non hanno alcuna responsabilità. Viceversa, c’è abbondante letteratura indigena che accusa gli occidentali di aver infranto le antiche tradizioni. Quelle peraltro immortalate nel romanzo di Moby Dick, che in Giappone tutti conoscono ma dove il pubblico, da sempre, parteggia per la balena, non per Achab. Curioso, no?

Nel 1948, nacque, dopo una serie di tentativi falliti, la Commissione Internazionale per la Regolamentazione della Caccia alla Balene. All’inizio era un “club” di 15 paesi, tutti dalle solide tradizioni baleniere, che fissavano quote ancora troppo alte e comunque non verificabili. Nel 1986 la prima “moratoria”, contestata da alcuni paesi che ne approfittarono per abbandonare la Commissione (Islanda, Norvegia), subito sostituiti da paesi che, pur rispettando il diritto a dire la loro sulla gestione del pianeta, di balene non ne hanno mai vista né mai ne vedranno una. Alla fine degli anni 90, in vista della scadenza della moratoria, si avviò una “campagna acquisti” invereconda, con l’Occidente che ingaggiava paesi come l’Austria, la Bulgaria, Lussemburgo e perfino San Marino (il cui voto per il rinnovo della moratoria, nella riunione di Shimonoseki del 2002, risultò addirittura decisivo) ed il Giappone che invece “acquistava”, a suon di aiuti per lo sviluppo e altri incentivi economici, il voto di paesi come la Mongolia, Trinidad e Tobago ed un folto numero di paesi africani. In questo scenario più politico ed emotivo, che scientifico, il Giappone ha tuttavia giocato rispettando le regole. Prima ottenendo, con lunghi negoziati, delle precise deroghe, poi sfruttando lacune e contraddizioni dell’accordo, infine accettando, pochi giorni fa la sentenza di condanna della Corte Internazionale. Non bisogna essere dei giuristi per capire che si è trattato di una sentenza politica, e questo l’ha fatto chiaramente intendere il premier australiano Pony Abbott, che a caldo ha commentato “abbiamo dato una lezione al Giappone”. Contento lui. La storia ci insegna che quando una nazione viene chiusa in un angolo, le reazioni possono essere molto pericolose. Il Giappone è un paese civile, non va criminalizzato perché difende, neanche troppo vistosamente (la vicenda, in Giappone, è molto meno dibattuta di quanto si possa pensare: neanche una interrogazione in parlamento, i paesi balenieri non eleggono neanche un deputato) una vecchia tradizione e poche centinaia di persone che ancora campano con questo lavoro. Semmai va convinto ad abbandonare la pena di morte, a chieder una volta per tutte scusa per le nefandezze compiute in guerra ai suoi evitando di continuare a provocarli, a uscire dal nucleare e dai suoi, tutt’ora perduranti, rischi. Ma sulle balene che si ragioni tutti attorno ad un tavolo, dati alla mano, e la si smetta di distinguere tra buoni e cattivi. Per quanto riguarda la gestione del pianeta e delle suo risorse, siamo tutti cattivi.