Contrariamente a quanto usualmente si pensa, il femminismo degli anni ’70 (come quello di oggi) non è una posizione teorico-politica monolitica, senza variazioni al proprio interno. Le differenze sono molte, ma una soprattutto è di fondo. C’è stato e c’è un femminismo dotato di una forte carica utopica, che puntava a quella che è stata definita “la rivoluzione più lunga”, cioè ad una trasformazione sostanziale di tutti i rapporti sociali, non solo di quelli tra uomini e donne. L’idea di fondo era che l’ingresso massiccio delle donne nella vita pubblica, e non solo in quella politica, dovesse e potesse determinare una modificazione nei rapporti di potere, una diminuzione delle pratiche basate sullo sfruttamento dell’essere umano da parte dell’essere umano, un aumento del rispetto della dignità delle persone, non solo a parole, ma attraverso una maggior democratizzazione dei poteri decisionali. Tutto ciò si sperava che accadesse non perché le donne fossero considerate portatrici per definizione di chissà quali virtù salvifiche; ma semplicemente perché avendo come sesso un’esperienza plurimillenaria di sottomissione, sfruttamento e disistima, si pensava che avrebbero tentato di modificare un tipo di società che produce oppressione e sfruttamento. In sostanza, il progetto non era affatto diventare come gli uomini, ma a partire dal fatto di essere donne e dunque differenti dagli uomini, costruire anche per gli uomini una società differente da quella esistente.

L’altro femminismo, molto più pragmatico (non per nulla è di matrice statunitense), non mette in discussione la struttura delle società in cui viviamo, ma proclama il diritto delle donne ad accedere a tutte le posizioni e a tutti i ruoli, a partecipare all’esercizio del potere anche nei suoi vertici, ad avere una fetta di tutte le posizioni di privilegio e di tutti i vantaggi ad esse connessi, presenti nella nostra società. E non c’è dubbio che il pragmatismo abbia prodotto i suoi frutti, dalle leggi che tutelano la parità tra i sessi all’ingresso delle donne in numerosissimi ambiti lavorativi e strutture di potere.

Ma, proprio perché non mette in discussione i rapporti sociali esistenti, questo femminismo, pur con i suoi innegabili successi, ha modificato assai poco di quello che abbiamo criticato e tutt’ora critichiamo nella nostra vita sociale: ha indotto le donne a conformarsi ai modelli maschili e dunque, paradossalmente, ha rafforzato tutte le caratteristiche del comportamento umano che da molto tempo, almeno in Occidente, sono i valori costitutivi della maschilità. La vittoria, la supremazia, il successo, il primato, la conquista del potere sono le mete; l’aggressività e la competizione, sono i mezzi a cui tutte le virtù e qualità del soggetto umano devono essere subordinate, intelligenza, competenza, tenacia ma anche astuzia, seduzione e inganno, purché si arrivi a conquistare per sé una fetta della torta. Dunque la parità va rivendicata con aggressività, o, quando è utile, anche con il vittimismo strumentale e con gli appelli alla giustizia. Oppure, come ci fu suggerito qualche anno fa da Silvio Berlusconi che di potere se ne intende, seducendo chi è ricco e potente e garantendosi il suo duraturo appoggio attraverso un solido sistema di potenziali ricatti.

Abbastanza paradossalmente, uno dei pochi esempi di comportamento politico “al femminile” lo ha offerto la criticatissima ministra Elsa Fornero. Certo, con le sue lacrime non ha risolto nulla. Ma chi altri avete visto piangere mentre prendevano parte a quello che Luciano Gallino definisce ‘Il colpo di stato di banche e governi’* per mezzo del quale ha trionfato il neoliberalismo, “dottrina totalitaria che si applica alla società intera e non ammette critiche [ e che] in forza del suo dominio […..] ha profondamente corrotto la vita sociale, il tessuto delle relazioni tra le persone su cui le società si reggono; con i suoi errori ha condotto l’economia occidentale a una delle peggiori recessioni della sua storia; ha straordinariamente favorito la crescita delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza e di potere” ? Avete visto piangere Draghi, Marchionne, Tremonti, Visco o Napolitano, la Merkel e tutte la alte cariche dell’Ue o del Fmi, passate e presenti, mentre condannavano alla povertà e alla perdita dell’autostima e della speranza milioni di persone ? O avete visto piangere Barak Obama, premio Nobel per la pace, quando è venuto in Italia a caldeggiare l’acquisto di quegli strumenti di morte che comunque sono gli F35? E dubito che Putin abbia mai pianto, anzi che si sia mai sentito dubbioso rispetto a quello che fa, sia quando era al Kgb sia ora che sta vigorosamente contribuendo a riscatenare la guerra, almeno fredda.

Certo, se la Fornero, invece di piangere, si fosse dimessa e si fosse dedicata a incitare gli italiani al rifiuto delle logiche e dei meccanismi del neoliberismo, avrebbe dato prova di ben maggiore coerenza. In mancanza delle sue dimissioni, io aspetto comunque qualcosa “al femminile” ad opera delle non poche ministre incluse nell’attuale governo. Ma in verità con poca speranza, perché si sa: le utopie sono utopie e gli utopisti, anzi le utopiste non possono pretendere che, oltre tutto, si realizzino.

*Nota: la citazione è tratta da p. 251 di Il colpo di stato di banche e governi, di Luciano Gallino, Einaudi, Torino, 2013.