Arriva al capolinea la storia della Firem di Formigine, la fabbrica del modenese diventata famosa per avere aver avviato la delocalizzazione all’insaputa dei lavoratori. A scrivere il nuovo e ultimo capitolo della vicenda è il tribunale, che giovedì 3 aprile ha dichiarato il fallimento dell’azienda metalmeccanica e respinto la richiesta di concordato.

Niente da fare quindi per i 40 lavoratori, che solo pochi mesi fa, a dicembre, erano tornati in piazza per chiedere di rispettare gli accordi sindacali e pagare le mensilità arretrate. A settembre, infatti, dopo le polemiche sul blitz di ferragosto, l’azienda aveva siglato un accordo con la Fiom per proseguire parte delll’attività produttiva in Italia e chiedere la cassa integrazione. Patto che però non è stato rispettato.

Ma l’odissea per i dipendenti della Firem era iniziata ad agosto. Pochi giorni dopo l’inizio delle ferie, grazie a un tam tam di telefonate, i lavoratori erano venuti a a sapere che la proprietà, approfittando della pausa estiva, stava facendo svuotare lo stabilimento di notte, per trasferire macchinari e attrezzature in Polonia. Lì, nell’est Europa, l’azienda aveva deciso di spostare la produzione, chiudendo le porte della sede italiana. Una delocalizzazione avviata senza alcun preavviso, lasciando all’oscuro operai e istituzioni. Da qui un picchetto permanente, organizzato dalla Fiom per presidiare l’azienda giorno e notte, 15 agosto compreso, bloccare l’ultimo camion diretto in Polonia e salvare quel poco rimasto dentro la sede.

“Qui in Italia se non sei la Ferrari non si può più lavorare, per questo abbiamo deciso di portare tutto in Polonia”, disse allora Fabrizio Pedroni, uno dei proprietari. La storia della Firem fece il giro d’Italia, diventando tristemente famosa come esempio di azienda in fuga. Seguirono mesi di difficili trattative, portate avanti sempre in un clima di tensione tra proprietà e lavoratori. Un muro contro muro iniziato già dal primo tentativo di confronto. Il vertice d’agosto, ad esempio, fu disertato dai titolari, che preferirono non presentarsi al confronto.

Qualche spiraglio si era intravisto a fine agosto, quando era stato raggiunto un accordo per mantenere parte della produzione a Modena, salvando così alcuni posti di lavoro. Un secondo patto, firmato a settembre in Regione, prevedeva inoltre il pagamento delle mensilità arretrate di luglio. Soldi in realtà mai arrivati. Ora l’ultimo atto, con la dichiarazione ufficiale di fallimento. Inutili gli interventi di istituzioni locali e regionali per cercare di salvare i posti di lavoro.