A chi ha coniato lo slogan degli italiani ‘popolo di santi, poeti e navigatori’, bisognerebbe far sommessamente notare che nella seconda categoria gli aspiranti scrittori pullulano in numero di gran lunga superiore a quello, tristemente esiguo, dei lettori praticanti.

Che sia questa una delle ragioni dell’esistenza e del robusto seguito del primo talent show letterario del mondo, ovvero l’italianissimo Masterpiece? Dopo un esordio piuttosto stentato, una pletora di “casi umani” allo sbaraglio e le mille plausibili perplessità sollevate ovunque –dai giornali ai social network– sull’incompatibilità tra reality e letteratura, la seconda tranche del programma è riuscita ad accrescere e a fidelizzare una discreta schiera di spettatori, malgrado gli orari nottambuli e la finalissima in differita di domenica scorsa, platealmente sgonfiata dallo spoiler di Dagospia.

In molti hanno giustamente applaudito la singolare novità di poter finalmente parlare di letteratura in televisione, cioè di colmare quel vuoto pneumatico dei palinsesti nostrani che, com’è noto, troppo spesso sembrano perseguire come principale se non unico obiettivo quello di far regredire l’homo videns ad una sorta di analfabeta di ritorno. E, malgrado i vistosi difetti della formula utilizzata, con i tre scrittori-giudici reclutati per l’occasione, ovvero Andrea De Carlo, Taiye Selasi e Giancarlo De Cataldo, troppo spesso costretti quasi alla comica emulazione di Cracco, Bastianich e compagni, va riconosciuto che Masterpiece ha rappresentato innanzitutto un gustoso e per certi versi anche imprevedibile spaccato sociologico sull’Italia dei romanzieri in erba. Bastava avventurarsi a leggere i numerosi e scatenati “live tweet” postati durante le singole puntate per accorgersi di come, oltre ad aggregare tifoserie o suscitare critiche, i concorrenti in studio avessero quasi la bizzarra funzione di “rassicurare” gli spettatori da casa e di blandirne l’orgoglio emulativo, scatenando –a torto o a ragione– una ridda di commenti del tipo: “Se possono scrivere questi qua, con i congiuntivi sbagliati e i pensierini da terza elementare, figuriamoci cosa potrei fare io!”. Insomma, un interessante gioco di rispecchiamento al quale va riconosciuta –se di strategia autoriale si tratta– una certa sottigliezza: un po’ come faceva Conan Doyle con Watson, la cui modesta perspicacia contrapposta alle brillanti deduzioni di Sherlock Holmes, aveva l’implicito effetto di far sentire più intelligente, o un po’ meno duro di comprendonio, il lettore. Avendo seguito il talent fin dalle prime puntate, scelgo di non cadere in quella che i filosofi chiamerebbero autocontraddizione performativa, ovvero nello sport, tipicamente italiano, di guardare un programma e poi sputarci sopra. Il che tuttavia non mi impedisce di esprimere chiara e tonda l’impressione che Masterpiece sia stato, da vari punti di vista, un’occasione mancata. Innanzitutto balzava agli occhi la sorprendente assenza di riferimenti ai grandi autori passati o presenti. Possibile che nessuno dei candidati al premio finale (la pubblicazione del romanzo in 100000 copie con Bompiani) abbia mai sperimentato quella vertigine di afasia che ti coglie quando leggi Montale o Baudelaire o Auden o Proust e immancabilmente pensi che abbiano espresso quella certa tua idea o tratteggiato quella precisa immagine che avevi in mente meglio di quanto tu stesso saresti mai riuscito a fare? Non è un caso che molti, se non quasi tutti, i principali scrittori del pianeta abbiano avvertito come problematico ed esiziale il loro rapporto con i predecessori: basti pensare a tutte le querelle tra antichi e moderni che si sono ciclicamente succedute nella storia della letteratura, o a Petrarca che teorizzava la necessità di imitare l’ape, attingendo ai “fiori” delle opere altrui per riuscire a creare il proprio miele.

Trovare una propria voce solida e riconoscibile, originale e non ingenua, presuppone un confronto serrato con le voci altrui, il che certamente confligge con la favoletta imperante dello “scrivi come mangi, sii naturale, privo di sovrastrutture” e altre idiozie simili, che obbediscono al diffuso diktat della promozione pubblicitaria di “prodotti” che sono giudicati tanto più vendibili quanto più liofilizzati e masticabili da chiunque. Il simulacro della letteratura-Ikea (così come della politica-Ikea, dell’erotismo-Ikea, della gastronomia-Ikea e così via) è la naturale conseguenza della superficialità dei nostri tempi, ovvero della confusione tra “semplice” e “banale”.

Per questo, osservando i concorrenti di Masterpiece, la domanda nasceva spontanea: quali autori hanno letto? Quale tipo di letteratura li ha emozionati e plasmati? Quante e quali lingue conoscono? Quanto è profonda la loro conoscenza del mondo di cui dichiarano di voler fare parte in qualità di aspiranti scrittori? E soprattutto, cosa si può fare per incrementare il loro (e nostro) bagaglio di cultura letteraria? Il giovane Lorenzo Vargas –da molti considerato il più talentuoso e il più ingiustamente eliminato dei finalisti– ha tutto il diritto di affermare che la letteratura russa lo annoia: ci mancherebbe, de gustibus non est disputandum, e si può anche legittimamente detestare Dante, pur riconoscendogli –se lo si è letto e studiato– il ruolo storico ed oggettivo di padre della lingua italiana. Ma liquidare così, all’ingrosso, tutta la produzione letteraria di un (peraltro enorme) paese con una battuta probabilmente piazzata lì proprio per “épater le bourgeois” senza troppo sforzo, suona inevitabilmente un po’ superficiale e qualunquista: Cechov è come Tolstoj? Dostoevsij è intercambiabile con Turgenev? Esistono mondi che richiedono la preventiva padronanza di un linguaggio come indispensabile codice di accesso alla fruizione di un piacere: un po’ come la prima volta che assaggi il vino e non riesci a distinguere una bottiglia dall’altra. Poi, pian piano, con la costante dedizione e meglio ancora con un corso di enologia come si deve, acquisisci conoscenze e al tempo stesso affini le papille, ben sapendo che non stai adempiendo ad un dovere o eseguendo uno sterile compitino, ma –al contrario– stai compiendo un percorso che, attraverso l’apprendimento e la pratica assidua, ha come obiettivo il tuo piacere e la tua gioia. E cos’altro è la letteratura se non un piacere complesso, nel senso di articolato, plurale e stratificato? Qui però sembra di essere un po’ su un altro pianeta.

Il vincitore finale Nikola Savic, veneziano di origine serba, i cui scritti grondavano –per ammissione della stessa giuria– errori grammaticali assortiti, nelle precedenti puntate aveva infatti addirittura affermato di non voler imparare “troppo bene” l’italiano per non perdere la propria aura di esotismo, beccandosi il doveroso ed aspro rimbrotto dell’editor Alberto Cristofori. Qualcuno dovrebbe ricordare al primo classificato che esistono autori stranieri, come il cinese francofono Gao Xingjian, che hanno perfino vinto il Nobel scrivendo in una lingua diversa da quella natia, ma dannandosi l’anima per riuscire a padroneggiarla perfettamente, e non risparmiando nulla di quel “limae labor” invocato da Orazio, Catullo e tantissimi altri. Al di là dei verdetti dei premi, che sono per definizione discutibili, dispiace che si crei l’equivoco –forse tipicamente televisivo– che il nuovo Philip Roth o la nuova Virginia Woolf possano venir fuori dal cilindro così, per caso, come il nuovo campione di “Lascia o raddoppia”, o che i “Cento colpi di spazzola” di Melissa P. siano l’equivalente –per qualità e rilevanza letteraria– del “Delta of Venus” di Anaïs Nin.

Ecco, forse un po’ più di attenzione contro la mistificazione del troppo facile o della sindrome da Superenalotto non guasterebbe, non foss’altro che per proteggere qualunque aspirante scrittore dalla ridicolaggine della velleità e dall’amarezza della disillusione. O per lasciare intatti, in tutti noi, lo stupore e l’entusiasmo per la vera letteratura.