Darko Šarić, uno dei narcotrafficanti più potenti del mondo, si è consegnato alle autorità giudiziarie il mese scorso, in Sudamerica. Voleva “evitare un bagno di sangue”, ha detto. Le prime udienze del processo erano previste per il 1 aprile, ma sono state spostate al 14, 15 e 16 maggio su richiesta del procuratore Sinisa Petrovic. Alla sbarra, insieme al barone della coca, ci sono altri 17 imputati. La primula rossa di Pljevljva, Montenegro, fuggiva dalle polizie di tutto il mondo da quando il 15 ottobre 2009 la Dea (agenzia antidroga americana), i servizi segreti serbi e le forze dell’ordine di Argentina e Uruguay hanno sequestrato 2,5 tonnellate di cocaina. Quel carico partito da Buenos Aires e dalle coste dell’Uruguay era diretto a qualche porto toscano prima e a Milano poi.

Due i capi d’accusa nel processo contro Darko Šarić: riciclaggio di denaro sporco e traffico di droga. Sono 22 i milioni di euro sporchi di coca che il barone della droga avrebbe reinvestito in locali alla moda e ristoranti, in hotel, giornali, tv e azioni in importanti banche serbe. Possiede più di 40 società, oltre a finanziarie con sede in Delaware, un paradiso fiscale. Secondo gli inquirenti serbi, Šarić vanta amicizie ai piani alti della politica, sia in Serbia che in Montenegro. Lo hanno accusano persino di aver pagato Ivan Bogdanov, “Ivan il Terribile”, l’ultras serbo che il 12 ottobre 2010 allo stadio Marassi ha distrutto le recinzioni e provocato scontri con la polizia. Balkan warriors, Guerrieri balcanici. Così si chiamavano i soldati di Šarić: ex miliziani che sono stati combattenti negli anni della guerra nell’ex Jugoslavia. L’organizzazione aveva cellule in Slovenia, in Svizzera, in Austria, in Germania.

E in Italia, ovviamente. La parola ‘fine’ alla presenza degli uomini di Šarić almeno nel capoluogo lombardo la scrive un’operazione del 2010: Loptice, “palloncino” in serbo. La coordina il pm Mario Venditti della Dda di Milano, insieme all’allora capo della squadra mobile di Milano, Luigi Rinella. Il nome deriva dall’involucro dentro cui gli uomini dell’organizzazione nascondevano la coca: un palloncino di gomma. Ognuno marchiato con un simbolo speciale, a seconda della raffineria di provenienza. I Guerrieri balcanici avevano costruito una rete che dalla Colombia arrivava fino all’Europa. La coca giungeva nei porti toscani e liguri: porti piccoli, per non dare nell’occhio. Un primo stoccaggio, per al massimo 24 ore, poi le partite di droga erano stivate in Mercedes Vaneo, furgoncini nei quali gli uomini di Šarić avevano recuperato un doppiofondo della capacità di 100 chili. Destinazione: Milano. Qui, poi, riempivano i vani sotto sella di scooter T-Max per rifornire la città.

Smerciavano tremila chili al mese. I soldati serbo-montenegrini portavano direttamente la droga ai grandi rifornitori della ‘ndrangheta e della Sacra Corona Unita. Uno è Orazio Francesco Desiderato, uomo per famiglia legato ai Mancuso di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Desiderato faceva da solo “partite di 20-25 chili di cocaina una o due volte a settimana”, secondo un’informativa della Mobile. Comprava ogni chilo a 37.500 euro e lo rivendeva a 40 mila. Da solo, pesava quanto il 60% del mercato dei calabresi. Poi c’era Paolo Salvaggio, broker che vendeva ai Papalia di Buccinasco e ai Magrini (collegati a Savinuccio Parisi, Sacra Corona Unita) di Baggio. Due pezzi da novanta del traffico di droga. Il nipote di Salvaggio, Michele Grifa, vendeva nella zona di Gratosoglio, tra via Boifava e via Santa Teresa. Con i serbi ha fatto il salto di qualità, passando da piccolo spacciatore a grossista.

Del “gruppo Salvaggio” fa parte anche Francesco Petrelli, arrestato nel 2008 e subito pentito. Dalle sue parole gli inquirenti hanno cominciato a riavvolgere il bandolo della matassa. L’indagine è impeccabile. I protagonisti ancora la ricordano come uno dei casi in cui le polizie di più Paesi hanno meglio collaborato. Ci sono solo due episodi ancora oscuri. Il primo riguarda Bosko Nedic, l’unico uomo di vertice dell’organizzazione che è sfuggito agli inquirenti: se ne sono perse le tracce e probabilmente è latitante in Sudamerica. Il secondo sono i legami tra i Balkan warriors ed altri gruppi criminali dell’area balcanica. Infatti negli stessi anni in cui impazzava Šarić, Mladen e Mileta Miljianic, i due leader di un altro gruppo criminale serbo, il clan Amerika, avevano residenza a Milano. Trasportavano cocaina attraverso la nave da crociera Msc Armonia da Punta dell’Este (Uruguay) a Venezia e secondo gli investigatori serbi sono autori di almeno 20 omicidi a Belgrado, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra in Jugoslavia.