Dov’è la sinistra, dov’è il sangue che scorre nelle vene della sinistra? Nel film di Walter Veltroni su Berlinguer non ho visto nessuna delle due cose. Eppure in questi giorni se ne parla molto, eppure il film piace a molti perché parla di un uomo di sinistra, forse di uno degli ultimi uomini di sinistra prima del diluvio: dopo sono venuti quelli che avrebbero dovuto dire cose di sinistra. Cos’è che piace allora?

Anche se è un film fatto per la tv (in questo caso Sky), in Quando c’era Berlinguer ci sono in realtà due film: uno è il film su Berlinguer, con Berlinguer, con la politica e l’umanità di Berlinguer. Di un uomo che faceva politica in modo coerente con la sua vita, che non andava in vacanza alle Bahamas o a Zanzibar e che faceva della questione morale il perno della sua battaglia politica. Questo è il film che piace e che suscita discussioni: si può non essere d’accordo con le scelte politiche di Berlinguer – e molti anche a sinistra non lo sono – e il film sorvola su questo o quest’altro aspetto, tace su quell’ambiguità ecc.

Poi c’è un altro film, di cui si parla meno e che probabilmente non è quello per cui molta gente sta andando al cinema. E’ il film inteso propriamente come cinema, fatto da un conoscitore di cinema che però avrebbe forse dovuto pensare più in termini di cinema che di nostalgia. Questo secondo film è completamente sterilizzato, privo di anima. Fare un film “di sinistra” vuol dire anche mettere in circolo l’energia della sinistra. Gli anni Settanta, anni centrali dell’avventura di Berlinguer sui quali il film si impernia, sono stati anni giovani, anni di rabbia, di forza urlata, di lacerazioni. Questa rabbia, questa forza avrebbero dovuto innervare il film: non certo in maniera semplicemente mimetica – non bastava riprendere i filmati dei cortei o degli scontri – ma in maniera profonda, toccando l’anima del film e perciò rifuggendo da qualsiasi nostalgia.

Per un uomo di spettacolo, per un artista, sia egli uomo di cinema o di teatro, pittore o letterato, essere di sinistra vuol dire tradurre questa energia del mondo, che viene dalla sofferenza del mondo, nell’energia dell’opera, farsi carico della com-passione, liberare nell’opera la rabbia e il dolore. Il cinema italiano ha dato in questo senso anche recentemente prove migliori rispetto all’agiografia del film su Berlinguer. Riprendere malinconicamente il tramonto su Stintino, intervistare la vecchia nomenklatura del partito o Jovanotti o Scalfari, vuol dire erigere bustini, fissare un’immagine anziché far sprigionare un’energia. In una parola, fare cattiva tv e non buon cinema.