L’ultimo dei “pizzinari” per conto del latitante Matteo Messina Denaro (almeno secondo la sentenza di primo grado) si chiama Santo Sacco. Il giudice per l’udienza preliminare Palermo Guglielmo Nicastro lo ha infatti condannato per mafia ed estorsioni a 12 anni assieme all’imprenditore di Salemi Salvatore Angelo, 13 anni e 4 mesi, tra gli arrestati nel blitz dei carabinieri di Trapani nel giorno dell’Immacolata del 2012: erano loro, secondo l’ipotesi dell’accusa, ad occuparsi dell“eolico”, perenne mucca da mungere per Cosa nostra, con diramazioni fino al Nord Europa.

Con la condanna del 31 marzo adesso nel suo curriculum – sindacalista, politico, consigliere negli enti locali – si è aggiunta una nuova voce: presunto mafioso. Fino al 2012 e per due anni consigliere provinciale, e da prima per otto anni consigliere comunale a Castelvetrano (sempre tra le fila di Forza Italia/Pdl), sindacalista della Uil e poi ai vertici nazionali della Confel, un sindacato autonomo. Ne ha fatta di carriera Santo Sacco da quando nel 1993, all’epoca in cui iniziò la latitanza di Messina Denaro, riceveva e smistava i “pizzini” da e per il latitante più ricercato, che li firmava come “Luciano”, nel suo ufficio di sindacalista a Castelvetrano. Altri mafiosi intercettati di lui dicevano che, addirittura, fosse “il compare di Matteo Messina Denaro”.

Il nome di Sacco nel 1989 era arrivato sul tavolo del giudice Giovanni Falcone e l’uomo intercettato si vantava di “avere saputo prendere per i fondelli il giudice Falcone”. Ma il nome dell’ex consigliere Sacco è venuto fuori anche di questi tempi nell’ambito del procedimento per il maxi sequestro dei beni da 5 miliardi di euro contro l’ex patron della Valtur, il cavaliere Carmelo Patti. Per come ha riferito ai giudici l’amministratore straordinario della Cablelettra, una delle aziende dell’impero del cavaliere Patti, il manager Vincenzo Sanasi d’Arpe, Sacco, del quale fu ospite a Selinunte e in quell’occasione gli fece conoscere l’attuale sindaco di Mazara, Nicola Cristaldi, ex presidente dell’Ars e deputato di An, suo capo corrente, ad un certo punto dismise i panni del sindacalista per vestire quelli del buon amico, “consigliere”. Sanasi d’Arpe però ha detto di non aver mai avuto fiducia nel soggetto, anche per il suo modo di fare “folcloristico”, “era uno che parlava spesso come Franco e Ciccio”.

Nell’indagine antimafia dei pm Padova e Marzella sul conto di Sacco c’è poco folklore. Minacce invece tante. Come è successo all’imprenditore Melchiorre (Minzione) Saladino, che avrebbe dovuto pagare 100mila euro per la “mediazione” di Sacco: “Minzione io te lo sto dicendo vorrei fare a tutti un Natale con allegria, perché questa presa in giro ve la faccio finire subito… perché succede qualche film di quelli buoni”. Gli affari gestiti dalla cosca belicina arrivavano fino in Danimarca. Quella di Castelvetrano si mostrava essere una mafia accorta, “le biomasse sono importanti trent’anni c’è di cosa campare”.

Ci sono poi una serie di episodi per rendere comoda la detenzione dell’ergastolano castelvetranese Nino Nastasi (da una proprietà di questi nel 1993 fu caricato parte del tritolo destinato alle stragi di Roma, Milano e Firenze). Chiedeva soldi per questi: “Per u zu Nino soldi non se ne piangono…”. Secco il commento del suo difensore, l’avv. Massimo Mattozzi: “Sacco altro che mafioso può essere stato solo un chiacchierone”.