Il ragazzo turco seduto accanto a me sull’aereo che da Istanbul ci sta riportando a Milano parla bene l’italiano. Con occhi curiosi e orgogliosi mi chiede subito se mi è piaciuta la Turchia. Gli dico che mi è piaciuta moltissimo, la vita pulsa in ogni angolo di questa stupenda città che è Istanbul. Si sente tutta l’energia dell’incredibile crescita economica di questi anni. Commentiamo che in questo momento si sta probabilmente meglio in Turchia che in Italia; lui mi dice che se non avesse l’impegno di un bar/kebab aperto a Cremona tornerebbe in Turchia volentieri. Gli chiedo di dove è originario e se è venuto per votare. Noto subito il suo imbarazzo nel rispondermi. Esita, fa un sorrisetto nervoso. Capisco al volo e suggerisco: Kurdistan? I suoi occhi si illuminano. Sì è curdo, viene da Diyarbakir; anche se, come ci tiene a specificare, è ovviamente turco, come tutti, e poi curdo. Certo, gli dico, non preoccuparti ho presente la situazione. In Italia è arrivato con una richiesta di asilo politico. È uno dei casi fortunati: gli è stato concesso e ora ha il permesso di soggiorno, tutto regolare. Non ha combattuto direttamente, ma per quel che ha fatto, per il suo supporto al Pkk, in Turchia non sarebbe uscito carcere per molto, molto tempo.

Il popolo curdo è stato duramente oppresso e soppresso in Turchia; la loro lingua vietata, la bandiera curda bandita, perfino la musica censurata. I curdi hanno lottato, con ogni mezzo, per affermare la loro identità negata, e in parte ce l’hanno fatta. Il curdo non è più vietato, anzi può essere usato nelle scuole, la loro bandiera sventola durante le manifestazioni e si danza al ritmo delle belle musiche curde. Ma, senza dimenticare gli oltre 40.000 morti che si contano dal 1984, migliaia di prigionieri politici sono ancora nelle prigioni turche, sottoposti ad abusi e torture. E sono davvero molti i guerriglieri pronti a imbracciare di nuovo le armi non appena ve ne fosse bisogno. La tregua è fragile e apparente.

Sto tornando proprio da Van, all’estremità della Turchia orientale, geograficamente quasi al confine con l’Iran. Si tratta di una delle più grandi città del Kurdistan turco, un tempo capitale dell’antichissimo regno di Urartu, affacciata sulle sponde del più grande lago della Turchia.

Sono stata qui come membro di una delegazione di osservatori internazionali venuti allo scopo di monitorare le elezioni amministrative del 30 marzo. Nessun incarico ufficiale dell’Onu o dell’Unione Europea (che non avevano mandato osservatori in Turchia). Siamo qui in risposta all’invito rivoltoci dalla società civile curda, ed in particolare dal Partito per la Democrazia e la Pace (Bdp) che sta portando avanti con forza, coraggio e assoluta determinazione la nuova linea dettata da Öcalan: alla lotta armata sostituire la lotta politica. Alla violenza la democrazia. L’invito a deporre le armi per cercare la via della pacificazione è chiaro ed è stato veicolato pochi giorni, fa ancora una volta per lettera, ai milioni di persone che hanno festeggiato il Newroz (il capodanno curdo). Non vi è dubbio che il tentativo sia serio e, da quanto abbiamo potuto osservare, stia già dando i suoi frutti.

Tutti i giornali hanno ripreso la notizia degli otto morti (vittime di scontri tra famiglie a Urfa, non lontano da Diyarbakir) nel giorno delle elezioni, ma nessuno ha parlato della grande responsabilità dimostrata dai rappresentanti curdi del Bdp, che non hanno risposto alle provocazioni, che pure ci sono state, da parte dei militari e della polizia. A tre giorni dal voto, in occasione del comizio a Van tenuto da Erdoğan in persona, la polizia ha sparato – ufficialmente in aria per disperdere dei manifestanti, in realtà, come dimostrano le foto, mirando a bruciapelo – ed ha colpito al petto un giovane che assisteva dalla finestra del Grand Hotel. Poteva essere tragedia, una seconda Gezi Park, e se non lo è stata è solo grazie ai rappresentanti del partito che hanno tenuta a bada la rabbia della gente, richiamando al senso di responsabilità per non fare degenerare la situazione a poche ore dalle elezioni.

Il voto del 30 marzo era di fondamentale importanza non solo per il primo ministro Erdoğan, che aveva  bisogno di verificare il livello di consenso ancora detenuto, a pochi mesi dalle elezioni politiche e presidenziali e nonostante gli scandali che lo hanno travolto nell’ultimo anno.

Queste amministrative hanno assunto significato di referendum anche per i rappresentati del popolo curdo, che puntano ad una autonomia all’interno della Turchia. La campagna elettorale del Bdp è stata entusiasmante e, nonostante la dura repressione da parte del governo turco seguita alle elezioni del 2009 (con migliaia di arresti politici), ancora piena di speranza. L’agenda politica è democratica e progressista, con particolare riguardo alle donne: piuttosto che sulle quote, il modello è basato sulla condivisione di ogni funzione direttiva tra un rappresentante maschile e uno femminile. Questo principio, già applicato per tutte le posizioni di dirigenza del partito, verrà ora esteso alle varie cariche amministrative a livello di zona, comunale, provinciale e regionale. Il Bdp non ha vinto ovunque (molti, anche nella regione orientale hanno votato per il partito di Erdoğan), ma dove ce l’ha fatta, a Diyarbakir, a Hakkari, a Van e in molte altre città e paesi del Kurdistan, la funzione di sindaco sarà ora condivisa da due persone: un uomo e una donna. Nessuna decisione potrà essere presa senza accordo tra i due rappresentati. Sebbene non riconosciuto ufficialmente da Ankara, il modello attuato di fatto dal Bdp nelle sue amministrazioni, ha l’obiettivo non solo di cambiare le istituzioni ma anche di apportare un forte impulso all’interno della società curda, dove la situazione e il ruolo delle donne lasciano ancora molto a desiderare.

Con fuochi d’artificio e clacson incessanti, musica e falò sotto la neve, Van ha festeggiato i risultati elettorali: in realtà i festeggiamenti erano iniziati ben prima dell’annuncio ufficiale dei risultati, tutta la campagna elettorale si è tinta di festa. L’entusiasmo è palpabile da queste parti, almeno quanto la speranza di una nuova stagione politica, che sia in grado di valorizzare l’identità di questo popolo, troppo a lungo negata.