Italia primo paese in Europa per spesa pubblica destinata ai detenuti per reati di droga. Sicuri? L’European Monitoring Centre of Drugs and Drug Addiction ha recentemente pubblicato le stime sulla spesa pubblica annuale che i Paesi dell’Unione Europea hanno dedicato ai detenuti per reati di droga (dal traffico al piccolo spaccio) nel decennio 2000 al 2010. L’Italia risulta il primo, con la cifra record dello 0,08% del Pil (dato medio 2000-2010), di poco sopra l’Olanda e contro una media Ue22 dello 0,05%. Considerato che nel periodo analizzato il Pil italiano annuale viaggiava intorno ai 1500 miliardi di euro, stiamo parlando di circa 1 miliardo e 239 milioni di euro. Spese per vitto, alloggio ed eventuale trasporto detenuti, spese per le forze dell’ordine deputate alla custodia (polizia penitenziaria), spese per il personale dell’area socio-psico-pedagogica e per i dirigenti, altri costi (come ad esempio i progetti educativi e lavorativi). Eppure nei dipartimenti e nelle associazioni che si occupano di dipendenze patologiche il sottofondo è permanente: “Ci mancano i soldi”. Davvero spendiamo tutti questi soldi? E se sì, in tempo di spending review e tagli sontuosi, è così complesso accorgersi che questo tipo di spesa è figlia di un impianto normativo “retrò”? Ma non solo: l’Italia appare “virtuosa” solo perché ha fornito dati sbagliati. 

I dati sui detenuti per reati legati alla droga
Secondo il report i Paesi con elevate percentuali di detenzioni per custodia cautelare costruiscono il dato principalmente sui reati legati alla droga. Ad esempio l’Italia, nel solo 2010, aveva il 45,8% della popolazione carceraria in custodia cautelare, di cui quasi un terzo – 8.627 persone – per il solo reato di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti. Le storie di
Aldo Bianzino o Stefano Cucchi, per capirci, nascono da lì. Se non bastasse, del restante 54,2% di persone detenute cui invece è stata inflitta una condanna, il 38,4% la doveva a crimini legati alla droga, risultato che ci vedeva secondi solo alla Grecia dove questi rappresentavano il 52,3% del totale.

Questi dati sono tanto più significativi se commisurati sia alla media europea – dove del 77,7% di detenuti con condanna solo il 18,5% è dentro per droga – sia ai Paesi più “virtuosi” che vedono la popolazione carceraria legata alla droga incidere sotto il 5% del totale dei condannati (Lituania 1%, Ungheria 3,1% e Romania 4,3%). Ma ancor più impongono riflessioni serie se associati allo stato delle carceri italiane, dove 66mila detenuti si affollano in spazi pensati per 44mila, e quindi l’incidenza dei quasi 30mila dentro per reati legati alla droga, assume un significato ben più pesante. 

Le leggi italiane
La responsabilità di questa situazione descritta dall’Emcdda ricade indubbiamente su impianti legislativi poco inclini a misure alternative e opzioni d’avanguardia – come quelle adottate in Colorado, Washington e Uruguay nel 2013 – che nel caso italiano si sono rivelati viziati persino da incostituzionalità. Resta da capire se e quanto incideranno da qui in poi la pronuncia della Consulta sulla legge Fini-Giovanardi e il decreto “svuota carceri” che ha riformulato le pene per lo spaccio di lieve entità.

Ad ogni modo dovrebbero essere analizzati in relazione al quadro fosco della crisi occupazionale, dove quelli che l’Emcdda chiama “crimini sistemici” – ovvero le attività legate al mercato illecito delle sostanze stupefacenti – sono elementi rischiosi di una filiera economica capace però di assicurare posti di lavoro e rendite là dove questi rappresentano quasi un sogno irrealizzabile. 

In tempo di spending review, tuttavia, vale la pena chiedersi perché in Italia sia ancora così difficile affrontare il tema della legislazione sulle sostanze stupefacenti partendo da una comparazione tra i risultati ottenuti dal resto dei paesi dell’Ue in tema di riduzione della domanda, contenimento del fenomeno e spesa pubblica. La risposta forse si lega ad un passaggio del report nel quale si annota che dal 2008, anno dello scoppio della crisi finanziaria, i contributi per questo tipo di detenuti hanno iniziato a calare, ma questa diminuzione è stata superiore rispetto alla riduzione del Pil. Come dire che si è preso a pretesto la crisi per acuire senza giustificazione il risparmio sul sistema detentivo e in particolare su quello dedicato ai detenuti per reati legati alla droga. William Burroughs scrisse ne La scimmia sulla schiena che “si scivola nel vizio degli stupefacenti perché non si hanno forti moventi in alcun’altra direzione. La droga trionfa per difetto”. Il solo sentire l’eco di una responsabilità per quel difetto produce ancora il bisogno di togliersi davanti agli occhi i simboli delle sue conseguenze.

Il Centro ha usato i dati forniti dall’Italia. Sbagliati
Com’è possibile che in Italia, dal 2000 al 2010, si siano spesi mediamente un miliardo e duecento milioni annui di soldi pubblici per i soli detenuti in carcere per droga, quando persino il 
Centro Studi di Ristretti Orizzonti su dati del ministero dell’Economia e delle Finanze associava all’intero sistema detentivo, nel solo 2010, massimo 400 milioni? Se si verificano le fonti dei dati del report si può leggere che in Italia “i piani di azione sulla droga non hanno associato budget”, “non ci sono recensioni sulle spese esecutive” e “le stime per le spese correlate al tema sono molto limitate”. Ma soprattutto “uno studio recente (il Report annuale 2011 del Dipartimento antidroga) che mirava a stimare i costi sociali del consumo di droga, ha incluso la stima della spesa pubblica, ma non ha dettagliato la metodologia utilizzata”. Tradotto: non abbiamo fornito dati attendibili, ma l’Emcdda ha dovuto usare questi per elaborare le sue stime. Siamo primi, quindi, ma se si trattasse di elezioni sarebbero da invalidare per vizi di forma.