La materializzazione di una questione critica per la politica economica era visibile dalle pareti di vetro del mio appartamento a Dubai. Venti piani in basso si estendeva il cantiere del Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo. Una delle strade sterrate di accesso a quel formicaio umano intersecava un’arteria urbana. Per evitare incidenti con camion, ruspe, betoniere e altro bisognava saltuariamente bloccare il traffico.

Sul quadrivio erano disposti degli operai che bloccavano alternativamente il passaggio dello sterrato e della strada usando delle semplici corde come rudimentale barriera.

Questo semaforo umano comprendeva tra sei ed otto addetti per ogni turno di otto ore (i cantieri a Dubai erano aperti 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana), quindi dava lavoro a circa una ventina di persone, immigrati da Nepal, India, Pakistan o Bangla Desh. Ciascuno di loro manteneva la famiglia in patria, composta (secondo stima prudente) da moglie, due figli e almeno un genitore o un suocero. Dal semaforo umano dipendeva il sostentamento di oltre un centinaio di anime.

In termini di efficienza era un disastro. Installando un semaforo, dotato di sensori per gestire in maniera ottimale i flussi di traffico, si sarebbero ottenuti risparmi cospicui.

Ma il passaggio dal semaforo umano a quello automatico avrebbe operato un trasferimento di reddito dai venti operai senza specializzazione agli operai della fabbrica di semafori, ai progettisti del sistema di ottimizzazione, agli installatori, agli addetti alla manutenzione e così via. Inoltre avrebbe aumentato i profitti del costruttore.

Volendo schematizzare in termini che l’audience da talk show individuerebbe attraverso le proprie coordinate mentali, chi si sente di sinistra stigmatizzerebbe la perdita di lavoro (e la redistribuzione del reddito), chi propende verso il liberismo metterebbe in luce il guadagno di efficienza. Chi ha ragione?

La risposta richiede un’ ulteriore considerazione, che per quanto messa in luce oltre due secoli fa da Bastiat (in “Ciò che non si vede”) nelle diatribe politiche è ignorata. Il maggior profitto degli azionisti non evapora. A un certo punto viene speso, o per nuovi investimenti, o magari in champagne e auto di lusso, prodotti comunque da lavoratori (che pertanto beneficieranno indirettamente dall’adozione del semaforo umano). Insomma dal punto di vista macroeconomico la maggiore efficienza ha un incontrovertibile impatto positivo sulla crescita e sul benessere (altrimenti scuoieremmo ancora la selvaggina con le selci). Ma per aver ragione in politica purtroppo non bastano le evidenze. Serve il consenso.

Visto che dal beneficio macro gli addetti al semaforo umano traggono scarna consolazione, si spalancano praterie elettorali per chi batte la grancassa dell’ intollerabile disuguaglianza, dei posti di lavoro cancellati, dei diritti calpestati in un crescendo che culmina con il De Profundis della Costituzione e l’annuncio dell’Apocalisse. Vetero sindacalisti, luddisti e demagohi vari cercheranno di impedire l’adozione del semaforo automatico perché elettoralmente proficuo anche se economicamente e socialmente devastante. Le miniere del Sulcis ne sono un esempio. La cassa integrazione ne costituisce il Tempio alla Follia.

L’opposto coté politico, però, cullandosi nell’idea che il mercato si prenderà cura del problema, insapona la corda politica da cui pendere ad ogni tornata elettorale. La gente quando il futuro si prospetta gramo non vota riponendo fiducia nelle equazioni di equilibrio generale, né imbandisce il desco con l’opera omnia di Adam Smith.

Il modo corretto per affrontare la modernizzazione consiste nel riconoscere da “sinistra” che il semaforo automatico è ineluttabile, dall’altro lato che l’innovazione tecnologica produce uno shock sui prezzi relativi delle varie forme di capitale umano a cui i meccanismi di mercato non ovviano. Detto in soldoni, alcuni mestieri con l’innovazione spariscono e chi li svolgeva va aiutato a riqualificarsi. In sostanza, si pone l’esigenza di riconvertire non solo il sistema produttivo (compito che il mercato assolve abbastanza bene) ma anche il capitale umano, funzione che il mercato non assolve perché non esiste un sistema che finanzi investimenti sul capitale umano, né una procedura fallimentare sulle competenze.

Purtroppo le politiche pubbliche inseguono un modello da tempo obsoleto. Il sussidio di disoccupazione in tempi di trasformazioni tecnologiche è una mistura di elemosina e beffa. Una volta introdotto il semaforo automatico, non si troveranno lavori analoghi al semaforo umano e se mai esisteranno saranno precari e peggio remunerati. Bisogna mettere in piedi un sistema che fornisca le competenze per lavorare nei nuovi settori. Le idee riciclate in quel che si definisce Jobs Act, da quel che si anticipa, non toccano la materia.

Invece la formazione professionale in Italia, per usare un termine lusinghiero, è inadeguata: spesso è solo una cloaca di sprechi in cui sguazzano cacicchi e mafie regionali. Andrebbe sottratta dalle grinfie delle Regioni e riportata sotto il governo centrale per istituire un sistema misto in cui alle imprese venga data la possibilità di formare chi ha perso il lavoro (mentre prende un sussidio) e un sistema pubblico di educazione permanente per chi se la sente di fare un salto di qualità.

Stanno montando innovazioni tecnologiche di fronte alle quali la globalizzazione sarà un tenue blip sullo schermo radar. Robotica, droni, energie alternative, stampa in 3D, autovetture senza autista, fra 5 anni investiranno la manifattura che ancora resiste in Italia. Nel campionato mondiale degli anni novanta l’Italia è retrocessa nelle serie amatoriali. A quello degli anni venti rischia di vedersi negata l’iscrizione.