Europa sulla via del Giappone degli anni Novanta? E cioè con all’orizzonte una deflazione pluridecennale? I sintomi di questa malattia ci sono tutti: bolla immobiliare che esplode, abbattimento dei tassi d’interesse, contrazione della domanda, inflazione in caduta libera, Quantitative easing e per finire tassi d’interesse negativi. Da vent’anni il Giappone è prigioniero di questa spirale micidiale: né i tassi negativi né aver dato fondo alle presse ha fatto riprendere la domanda interna, primo volano della crescita. La risposta dei giapponesi a questa terapia d’urto è stata spendere sempre meno e risparmiare sempre di più per ridurre i debiti. Già perché sullo sfondo della deflazione giapponese, come di quella nostrana, c’è il debito, sia quello pubblico che quello privato, e, naturalmente, l’invecchiamento della popolazione, che per natura non è incline al rischio.

A chi in Europa parla di ripresa economica, anche se modesta, vanno mostrati i dati relativi all’inflazione. Questa settimana è uscito quello annuale della Germania, 0,9 per cento, mentre nel mese di febbraio era all’1 per cento. Sempre a febbraio i prezzi al consumo spagnoli sono stati dello 0,2 per cento più bassi rispetto all’anno precedente mentre il tasso d’inflazione dell’Eurozona è sceso allo 0,7 per cento. Lunedi dovremmo avere i dati annuali di Eurolandia che per molti saranno ancora più bassi, intorno allo 0,5 per cento.

Secondo la Banca centrale europea il tasso d’inflazione ottimale in Europa dovrebbe essere intorno al 2 per cento, quindi siamo lontani, anzi lontanissimi dalla normalità. La formula tassi d’interesse a zero e la politica monetaria espansiva di Mario Draghi non ha dato i frutti che tutti si aspettavano, esattamente come avvenne in Giappone negli anni Novanta. Soluzione del problema: introduciamo tassi negativi, e cioè facciamo pagare le banche per i soldi che depositano presso la BCE. Tale manovra dovrebbe invogliarle a ricominciare ad immettere denaro nell’economia reale, ma se questa non è in grado di assorbirlo perché concentrata nella riduzione del debito e se il mercato finanziario offre alti profitti, anche questo stratagemma non funzionerà. Esattamente come avvenne in Giappone.

Il mistero dell’inflazione va però ben oltre la versione giapponese della moderna trappola della liquidità e si riferisce all’inflazione dei beni mobili ed immobili, definita in inglese asset inflation. Il valore delle abitazioni come pure quello dei titoli di borsa è aumentato vertiginosamente negli ultimi trent’anni. Il Dow Jones, ad esempio, ha continuato a crescere mentre il tasso d’inflazione scendeva. Lo stesso vale per le abitazioni nelle grandi metropoli occidentali ed orientali. Beni mobili ed immobili sono beni rifugio dalla deflazione e questo ne fa gravitare il valore nel tempo. Banche finanziarie, insomma, hanno parcheggiato i soldi prodotti dalle presse della Bce o della Fed nel mercato dei titoli, i tassi d’interesse negativi non cambieranno di certo questa situazione.

In molti paesi ormai il tasso d’inflazione riflette principalmente il costo dei beni alimentari e di quelli energetici, i primi derivano dai prezzi delle soft commodities ed i secondi rispecchiano quelli del petrolio e del gas naturale. Tutti questi beni sono venduti ed acquistati in dollari, il cui valore rispetto alla maggior parte delle altre monete è sceso negli ultimi dieci anni, contribuendo alla contrazione dei costi.

Poiché ci troviamo in deflazione i salariati non si rendono della riduzione dei prezzi perché in proporzione i salari sono scesi ancora di più. Questo scarto produce un effetto illusorio: pensiamo che a salire siano i prezzi dei beni quando invece a scendere è il nostro potere d’acquisto. Il risultato è lo stesso, siamo tutti più poveri.

A giudicare dalle difficoltà che il Giappone ancora sta incontrando per uscire dalla morsa della deflazione, nessuno conosce la soluzione del problema. Qualcuno però potrebbe studiare gli errori commessi dal paese del sol levante ed almeno evitare di ripeterli.