Marta dì grazie alla signora! “. Suona un po’ stucchevole questo invito che ci ripetevano continuamente da bambini e che oggi ci viene quasi automatico riproporre ai nostri figli. Li forziamo a pronunciare parole molto probabilmente non sentite, un po’ posticce, forse perfino ipocrite. Ma come fare per creare quell’attitudine alla riconoscenza? Come coltivare l’attenzione per tutto ciò che nella vita ci è regalato?

È brutto incoraggiare l’abitudine a pronunciare formule vuote. Meglio aspettare che si rendano conto da soli e imparino a dire ciò che sentono. Può darsi. Ma forse è peggio rischiare di crescere gente che dà per scontato tutto ciò che ha. Che considera dovuta ogni cosa. Che non si accorge di quanto è donato senza chiedere niente in cambio. Certo, coltivare il seme raro della gratitudine fin da piccoli sembra anacronistico. Loro, ma soprattutto noi, siamo tutti così pieni si sacrosanti diritti da esercitare e rivendicare, che la riconoscenza sembra paccottiglia da oratorio.

Del resto interrogato su cosa invecchi presto, già Aristotele rispose: la gratitudine. E poi non c’è più un Dio al quale dire grazie per consuetudine, ma nemmeno una vita o una sorte cui essere riconoscenti per ciò che abbiamo. Quello che abbiamo ce lo siamo costruito, meritato. Fosse anche nascere qui e non là. Se poi riceviamo qualcosa in modo troppo gratuito per non notarlo, ci soccorre la diffidenza. Il dubbio che ci sia qualche secondo fine, qualcosa sotto. E qualche volta riusciamo perfino nella mirabile impresa che i romani definivano laconicamente “gratitudo in odio convertitur”: ci riesce più facile trasformare lentamente in nemico chi ci ha aiutato, che dire grazie.

Il rischio peró non è solo quello di tirar su ragazzi un po’ maleducati. Ma forse quello di far crescere creature onnivore che domani macineranno tutto quanto capiterà loro a tiro, considerandolo dovuto. Che concepiranno la vita come un arraffare il più possibile e buttare le bucce di ciò che è già stato sufficientemente spremuto. Insomma, rischiamo di tirare su uomini e donne di domani abituati a sentirsi perennemente creditori. Condannati ad essere sempre infelici.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 24 Marzo 2014