“Ti piace vincere facile?”. Ricordate lo spot pubblicitario di quel tipo che gioca la partita di calcio schierando centinaia di giocatori contro gli undici regolamentari? Un po’ quello che ha fatto Matteo Renzi spedendo a quel paese i grandi capi delle corazzate attraccate nello stagno nazionale della rappresentanza: Confindustria e Cgil. D’altro canto prendersela con Susanna Camusso e Giorgio Squinzi è un po’ come la gag pubblicitaria: sfonda una porta aperta.

Visto che da decenni il sindacato confederale si è ritagliato un ruolo di caporalato del consenso, lasciando alla Fiom di Maurizio Landini i compiti di agente guastatore per un riequilibrio d’immagine (non sempre apprezzato quando impone atteggiamenti barricadieri difficilmente conciliabili con le consolidate pratiche “entriste”). Una politica improntata alla massima prudenza e al “rispetto delle compatibilità”, in linea con il dato che ormai l’organizzazione vede il proprio radicamento prevalente nei pensionati e nel pubblico impiego. Dunque, un facile bersaglio per chi dichiara aperta la caccia agli zombi.

Specularmente, l’associazione degli industriali da lunga pezza non è altro che un commensale al banchetto dell’establishment, dove esercita il lobbying come riflesso condizionato; e mentre viene retrocessa in posizioni di seconda e terza fila a seguito della graduale quanto inarrestabile perdita di peso del sistema d’impresa che dovrebbe rappresentare.

Anche in questo caso un soggetto facilmente inquadrabile nel mirino di chi intende farsi bello con l’eliminazione dei convitati di pietra. Questo perché i processi di notabilizzazione della rappresentanza, in un Paese dove tutto è politica politicante e nulla è società, hanno prosciugato il pluralismo. Le cosiddette “parti sociali”. Ma vale davvero la pena di gioirne, come il giuslavorista Piero Ichino (che fece parte della banda dei liberisti di sinistra inneggianti alla liquidazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, allora simbolo della resistenza alla svendita dei diritti per la precarizzazione neoliberista)?

In effetti, l’attacco agli interlocutori che non si allineano al verbo del premier non rientra in un’opera di rinnovamento della rappresentanza, bensì nel desiderio di azzerarla. Difatti siamo sempre alla gag bullesca del Fassina, chi?”.

Nel caso, il “chi?” sbattuto in faccia a chi potrebbe timidamente impicciare le derive plebiscitarie perseguite dal giovanotto affetto da un chiaro stigma autoritario (non a caso orientato a teatralizzare i processi democratici con le tecnicalità propagandistiche rinominate “comunicazione”).

Comunque, stabilito che di Camusso e Squinzi possiamo francamente infischiarcene, resta aperto il problema di un Paese irriducibile alle semplificazioni bonapartiste del Superbone “fo tutto io”. In altre parole: è possibile e ragionevole rinunciare a una concertazione in materia di politica industriale con i soggetti collettivi? Relazione strategica di cui – ad esempio – né Obama e neppure Merkel sembrano fare a meno.

Sicché la scopa renziana, seppure mossa da ben altri intenti, ha spianato la strada per una possibile riflessione sull’associazionismo e sulle condizioni del ritorno a un’utile rappresentatività da parte delle sue organizzazioni.

Se ormai si è convinti che la stagione delle belle statuine con relativi minuetti collusivi è finita, per lasciare spazio a tentativi latamente newdealistici di avviare un nuovo corso, allora c’è bisogno di soggetti pronti a proporre e ad agire per l’uscita dalla crisi.

Una crisi che ha tante cause; ma di cui una riguarda direttamente le parti sociali: il rilancio dell’economia reale, bloccata da decenni su posizioni di rendita; che non si realizza, come pensano i pompieri della conservazione (Renzi compreso), con il semplice abbattimento del costo del lavoro, diritti compresi.

New deal significa riposizionare produttivamente il sistema Paese. Compito in cui le parti sociali potrebbero ritrovare la propria ragione d’essere.

il Fatto Quotidiano, 28 Marzo 2014