Alla loro funambolica abilità linguistica i Nobraino ci hanno abituati fin da quello spiazzante “The best of” con il quale licenziarono la loro prima fatica discografica: così “L’ultimo dei Nobraino”, quarto cd del gruppo ed ultimo, appunto, in ordine di apparizione, della band romagnola, non fa altro che confermare la direzione tracciata, sul filo dell’ironia e del calembour, del gesto dissacratorio e spiazzante, con tanto di spassoso video teaser in cui i Nobraino giocano sulla (loro?) follia. Sabato 29 marzo Lorenzo Kruger e compagni saliranno sul palco dell’Estragon di Bologna, e la curiosità attorno allo spettacolo non manca dato che i Nobraino hanno abituato i loro fan a leggendarie performances, come in quel primo maggio romano di due anni fa, quando Kruger si rasò a zero i capelli di fronte a migliaia di spettatori allibiti. Un tour che segna un momento importante per la band, dato il recente passaggio dall’etichetta indipendente Marte Label al prestigioso salotto della major Warner. Un cambio che però non ha snaturato la cifra stilistica del gruppo, almeno per quel che riguarda questo “Ultimo”: 14 brani in cui si alternano leggerezza e serietà, aria scanzonata e impegno, con il consueto amore per il calembour, i giochi di parole, gli slittamenti di senso e i neologismi fulminanti, come nel Bigamionista, storia di un camionista bigamo. E ancora il richiamo delle radici, in Bella Polkona, omaggio irriverente alla terra di Romagna, e in Rallentare a Pietracuta, cover del conterraneo Daniele Maggioli. Abbiamo parlato del nuovo album con il frontman Lorenzo Kruger, cantante ed autore dei testi.

Ci racconti la genesi di questo ultimo album?
In realtà non abbiamo ancora affrontato la scrittura di un disco con una modalità programmatica. Non è possibile semplicemente perché ci piace troppo stare in tour per fermarci per mesi e scrivere un disco a tavolino. Il mio lavoro di scrittura è costante, e con la band ci ritagliamo sempre uno spazio per stare in sala prove, anche in tour. Le canzoni nascono in continuazione, così abbiamo sempre una certa scorta di brani. È andata così anche per questo album in cui sono confluiti pezzi scritti anche qualche anno fa. So che dall’esterno a volte questa continuità è percepita come mancanza di rottura, assenza di grossi balzi stilistici ma è semplicemente un processo fisiologico.

Continuità che può anche essere positiva. Il passaggio ad una multinazionale come la Warner non vi ha snaturato?
Non ce n’è stata la possibilità, perché abbiamo firmato il contratto a disco fatto. È un discorso che magari affronteremo nei prossimi dischi: per ora con questo passaggio tardivo ci siamo assicurati la possibilità di rimanere simili a noi stessi. Questo lavoro è una sorta di prosecuzione del Disco d’oro, con molti brani che sono stati scritti proprio mentre preparavamo quell’album: ne prosegue il cromatismo, metallico e cangiante, anche perché è stato fatto con lo stesso producer. Su quale gradino del podio si posizionerà poi, se conquisterà il platino o il bronzo, lo decideranno i fan.

Nell’album ti misuri con un mostro sacro come De Andrè. Come hai vissuto questo confronto?
È stato un esperimento condotto sulla scia di un’intenzione autoriale. Io mi sento cantautore prima ancora che cantante o performer, e sono arrivato ad una fase della mia vita dove non ho più voglia di sentirmi schiacciato dal peso di maestri ingombranti. È ora di porci in prima persona in una posizione di confronto. Trovo insopportabile questa perenne riverenza nei confronti dei “vecchi” insuperabili, un atteggiamento che vedo estendersi dal campo musicale a quello artistico o politico. È un’esigenza generazionale, e sacrosanta, quella della metaforica uccisione dei padri. Non mi piace che non si riesca a vedere più in là di De Andrè, anche se ovviamente il brano è stato scritto con grande amore e rispetto. Credo che la colpa sia da imputare in buona parte anche ad una generazione di critici ingrigiti che vivono di nostalgia per il proprio tempo, mettendo in ombra la nuova scena cantautoriale e peccando di superficialità e mancanza di attenzione.

“Lo scrittore” è un brano d’amore originale, nel quale metti alla berlina tutti i clichè della canzone romantica. Il prevalere del testo sulla ricerca sonora è un punto fermo nella tua musica e in generale in quella italiana?
Come musicista sento che devo ancora sviluppare in pieno le capacità che mi permettono di sperimentare sul piano della melodia, ma no, non credo sia un dogma. Basti pensare a Paolo Conte, che ha scritto per anni testi elaborati poi si è decisamente spostato sul versante della sperimentazione sonora come linguaggio universale. In questa fase mi interessa di più la scrittura, e soprattutto la rottura degli schemi della canzone amorosa, come nel caso de “Lo scrittore”. Nella canzone italiana il tema amoroso è sempre stato celebrato troppo e male, e Sanremo è stato il veicolo più insidioso di questo tipo di linguaggio di cui è capace anche un cretino innamorato.

Palchi grandi o palchi piccoli? Cosa preferiscono i Nobraino?
Direi che cominciamo a sentire l’esigenza di palchi più ampi, anche perché significa essere usciti da una fase adolescenziale: ormai da un po’ che non siamo più una boy band. Ma ci piace anche essere stradaioli, zingari. Quello dell’Estragon è un palco prestigioso, ma di solito i bilanci li faccio post concerto: solo dopo potrò dire se mi è piaciuto o no.