“Che divertimento c’è nel togliere la libertà a un animale?”. Saranno presenti nelle piazze di tutta Italia il 29 e il 30 marzo, e poi il 5 e il 6 aprile, gli animalisti di Lav e Marevivo, promotori di una petizione nazionale per chiedere allo Stato di vietare l’importazione di delfini e cetacei a fini di spettacolo, e ottenere la liberazione di tutti gli animali che oggi sono rinchiusi nei parchi acquatici della penisola. “Sono costretti – racconta Gaia Angelini, responsabile del settore animali selvatici in cattività della Lav – a vivere e a morire in vasche di pochi metri, e a esibirsi, spettacolo dopo spettacolo, solo per ricevere un po’ di cibo. Ma che divertimento c’è nel togliere la libertà a un animale?”.

La campagna Nuota Pagliaccio, spiegano gli animalisti, nasce con due obiettivi: “Il primo è la raccolta firme per denunciare la mancanza di libertà e lo sfruttamento dei delfini prigionieri all’interno dei delfinari presenti in Italia, che noi vorremmo vedere chiusi. E il secondo – continua Angelini – è reperire fondi utili ad aprire il primo rifugio ‘a mare’ per delfini”. Secondo i dati delle associazioni animaliste, infatti, se nei parchi tematici italiani oggi vivono 26 esemplari, in media altri 100 delfini ogni anno vengono a spiaggiarsi sui litorali italiani, feriti o malati. “Tutti questi animali, per lo più tursiopi, avrebbero bisogno di un’assistenza che in Italia non è disponibile, perché non disponiamo di strutture sufficientemente attrezzate ad accoglierli. Ebbene, noi di Lav e Marevivo vorremmo aprire il primo centro per delfini ‘a mare’, e per questo progetto chiediamo l’aiuto dei cittadini’”.

Il rifugio, racconta Angelini, si troverebbe in un’area di mare protetta, “sufficientemente ampia da consentire agli animali che non possono essere liberati, perché incapaci di sopravvivere autonomamente, una condizione di vita di semi libertà, e permettere ai nostri veterinari di riabilitare gli esemplari più forti, che poi successivamente verrebbero lasciati liberi”. Il punto, per gli animalisti, è solo uno: “Non c’è nessun fine educativo nell’abituare i bambini all’idea della prigionia degli animali – sottolinea Angelini – i delfini non sono creature domestiche, sono mammiferi selvatici che necessitano di ampi spazi per nuotare, altrimenti si ammalano e diventano aggressivi. Esattamente ciò che è accaduto agli esemplari che si trovavano a Rimini, Alfa, Luna, Sole e Lapo, e che sono stati sequestrati”. Recentemente, infatti, il delfinario di Rimini è stato chiuso per “maltrattamenti sugli animali”, e i delfini che nella struttura erano ospitati sono stati sottoposti a sequestro preventivo, confermato dalla Corte di Cassazione, perché venivano regolarmente privati del cibo per modificarne il comportamento naturale, nonché drogati con tranquillanti che dovevano controllarne l’aggressività dovuta alla cattività.

“Oggi quegli animali sono ospitati a Genova, ma i 26 delfini tuttora prigionieri dei parchi a tema soffrono esattamente quanto hanno sofferto i tursiopi che si trovavano nel delfinario di Rimini. Il procedimento che ha interessato Rimini è un fatto che nel mondo non ha precedenti – spiega Angelini – non era mai successo che l’autorità giudiziaria sequestrasse preventivamente animali acquatici e li riconoscesse oggetto di maltrattamenti. E’ un segnale positivo, frutto di ripetute denuncie, e ora il nostro obiettivo è fare sì che questo processo si ripeta anche per quanto riguarda tutte le altre strutture che in Italia tengono prigionieri mammiferi marini al solo scopo di intrattenere il pubblico”.

E il primo passo è una normativa che vieti ai parchi di importare delfini dall’estero. Le leggi europee, spiegano gli animalisti, vietano già la cattura di tursiopi e cetacei da destinare ai delfinari, sono considerati specie protette. “Ma come al solito l’Italia è un passo indietro”, sottolinea Angelini. Così, le strutture che desiderano acquisire nuovi esemplari hanno due possibilità: la riproduzione assistita tra i mammiferi che già vivono nel delfinario, o l’acquisto di tursiopi catturati in acque internazionali. “Nel secondo caso non solo i costi sono elevati, circa 150.000 euro a animale, ma molto spesso si provoca la morte dell’esemplare catturato e di diversi membri della comunità in cui tale delfino era inserito. I delfini, infatti, sono animali molto socievoli, vivono in gruppi che comprendono, in media, dai 15 ai 60 mammiferi, e hanno una struttura socioculturale molto solida. Per esempio, ogni comunità parla una lingua diversa. Così, quando vengono prelevati forzatamente, la sofferenza emotiva è altissima, senza contare che ci sono paesi che praticano modalità di pesca estremamente violente, come il Giappone”. Alfa, uno dei delfini che è stato sequestrato al delfinario di Rimini, per esempio, vent’anni fa era stata catturata nelle acque del Golfo del Messico.

Quando finirà questa barbarie? – si domandano gli animalisti – quando capiremo che per divertire i nostri figli non serve una vasca che metta in bella mostra degli animali sofferenti? Speriamo di riuscire a sensibilizzare molte persone con la nostra iniziativa, e di raccogliere fondi. I delfini soffrono esattamente come noi, provano dolore esattamente come noi, ed è ora che si intervenga per restituire loro quella libertà a cui ogni creatura vivente dovrebbe avere diritto”.