Un sistema giudiziario, in Italia, non esiste. Un processo che dura in media 8 anni non è un processo: è un rito che ha la sola funzione di giustificare gli stipendi e le parcelle degli addetti al sistema. Un sistema che non esegue le pene fino a 4 anni (fino a 7, se si ha la fortuna di usufruire di un condono) e che dimezza le pene più alte serve solo a garantire l’inutilità concreta dei pochi processi che, nonostante tutto, arrivano a conclusione. Per questo nessuna “riforma” ha senso: non si può riformare ciò che non esiste. Si deve costruire un sistema nuovo. Ma nessuno lo farà: perché l’unico sistema che interessa la classe dirigente del nostro Paese è quello che non funziona. Politica ed economia sono, in Italia, incompatibili con la legalità. Prova incontrovertibile di ciò è quanto avvenuto al Csm due settimane orsono.

Sollecitato dal primo Presidente della Corte di Cassazione, il Csm si è occupato di una riforma che, con tutti i limiti esposti in premessa, potrebbe avere un senso: mettere la Corte di Cassazione in grado di adempiere alla sua funzione costituzionale: indicare i principi di diritto che i giudici devono seguire nei processi. Perché, non succede così? No. Con 80 mila ricorsi nuovi ogni anno e con un arretrato di 130 mila, i 431 giudici della Cassazione si occupano di ciò che interessa al singolo cittadino che ricorre; e non delle questioni fondamentali di interesse generale.

E infatti, nel sentire comune, la Cassazione è il terzo grado di giudizio, dopo Tribunale e Corte d’Appello (in realtà il quinto: ci sono il Gip e il Tribunale della Libertà in penale e i vari reclami al collegio in civile). Ma non dovrebbe essere così. Dopo il secondo grado (l’Appello), la sentenza dovrebbe essere definitiva e la Corte Suprema dovrebbe intervenire solo in caso di violazione di principi di diritto già affermati o di (rarissimi) casi mai considerati. Così avviene negli Usa (dove non esiste nemmeno l’Appello), in Germania (dove i magistrati sono 129 e i ricorsi 7 mila all’anno), in Spagna (80 e meno di 30 mila), in Francia (210 e meno di 30 mila). In Italia invece si può fare ricorso per Cassazione perché la pena è troppo alta (perfino quando è frutto di patteggiamento); perché non sono state concesse le attenuanti generiche; perché i giudici non hanno accolto una o più tesi difensive contraddette da tonnellate di giurisprudenza della stessa Cassazione a cui si ricorre; e via dicendo. Il fatto è che, in Italia, il ricorso per Cassazione ha un solo scopo: ritardare l’esecuzione della sentenza e arrivare alla prescrizione.

E’ successo che il solito eretico, il consigliere Csm Nappi – non a caso espulso dal cosiddetto gruppo consiliare che riunisce Md e i Movimenti – ha proposto (in Commissione, dovrà decidere il Plenum mercoledì prossimo) di ridurre il numero degli avvocati abilitati a difendere in Cassazione. Sono 50 mila; in Germania sono 40; e in Francia 100. Chi difende in Cassazione non può difendere in Tribunale e in Appello. Meno avvocati, meno ricorsi; soprattutto meno ricorsi pretestuosi. Tutti contrari; i componenti Csm politici e quelli facenti parte delle correnti. C’è da chiedersi come mai ciò che dovunque è ritenuto cosa buona e giusta, al Csm nostrano non piace. Politica e lobby, ovviamente. A cui le correnti, con buona pace delle conclamate specifiche sensibilità giuridico-culturali (di specifico qui non c’è nulla, tutte d’accordo, guarda caso), altrettanto ovviamente si dimostrano non estranee.

Dal Fatto Quotidiano del 28 marzo 2014