“Siamo dipendenti pubblici, un licenziamento in tronco è impossibile”. All’uscita dai tornelli Domenico sorride mentre si rimette in tasca il badge della provincia di Milano. Mancano solo due ore all’approvazione del disegno di legge Delrio, ma fuori da Palazzo Isimbardi sembra non cambiare nulla. Ore 17.15, chi ha finito di lavorare fila via veloce verso il bus. E lo stesso concetto di Domenico può essere espresso anche con altre parole: “Mal che vada ci ricicleranno in comune, in regione o in qualche ministero”. Oppure: “Ci cambiano il cedolino e basta”. Del resto, qui a cinque minuti di pedalata dal Duomo, la simil abolizione delle province sarà ancora meno abolizione che altrove. Perché nascerà la città metropolitana. E a trovare qualcuno davvero preoccupato si fa fatica. “Ho moglie e figli. Se rimango in mezzo alla strada, che faccio? Vado a mangiare a casa di Renzi?”, si lascia scappare un omone in giacca chiara a cui non va di presentarsi. E a cui forse più che i commi del ddl Delrio risuonano nelle orecchie le promesse del piano di spending review, “a casa 85mila dipendenti pubblici”.

Su che cosa poi voglia dire diventare una città metropolitana, i dipendenti della provincia non hanno le idee chiare. “Un grosso punto di domanda”, è l’unica definizione che riescono a darne. Mentre qualcuno ammette che, per capirci di più, ha seguito la diretta streaming della votazione al senato. Eppure qualche punto fermo già c’è. Qui a Palazzo Isimbardi gli unici ad andarsene a casa saranno i consiglieri provinciali. Ultima seduta a cavallo tra maggio e giugno. E con loro se ne andranno anche i lavoratori legati al mandato, come gli addetti stampa. Ma non è una novità, visto che la legislatura è al suo termine naturale. Poi inizierà la transizione verso la città metropolitana, con l’attuale presidente della provincia Guido Podestà a fare anche le funzioni del consiglio e a lavorare gratuitamente insieme alla sua giunta. A settembre alcuni sindaci della zona si riuniranno in una conferenza che stenderà lo statuto del nuovo ente. Debutto previsto con l’inizio del 2015. Ma il grosso della macchina burocratica rimarrà lo stesso di oggi.

Le nuove province avranno molte meno funzioni di quelle attuali. Ma le città metropolitane saranno una via di mezzo tra le une e le altre. Quali saranno le loro competenze non è ancora del tutto chiaro. Resta per esempio da capire se le regioni potranno ancora delegare ai nuovi enti tutta una serie di funzioni che in passato delegavano alle province. In Lombardia è successo per materie come caccia, pesca, turismo e agricoltura. Anche questo determinerà quanti lavoratori rimarranno legati alla città metropolitana, e quanti invece dovranno trasferirsi in qualche comune o in regione. Una possibilità che non spaventa granché gli impiegati: “Ci sarà un po’ di scombussolamento – dice Maria Antonietta – Ma lavorare qui o da un’altra parte è indifferente. L’importante è che ci diano un posto”.

Una stima sui numeri prova a farla il direttore generale della provincia, Giovanni Giagoni: “Oggi i dipendenti di ruolo sono 1.500 circa. In futuro quelli della città metropolitana potrebbero scendere a mille”. Ma non si tratta di esuberi: “Chi non rimarrà qui verrà spostato in altri enti – conferma Giagoni -. Molto dipende da cosa succederà alle deleghe regionali”. Per Milano, va aggiunto, il ddl Delrio rappresenta una novità in più: le partecipate della Provincia che, come le autostrade, hanno a che fare con Expo passeranno alla regione fino alla conclusione dell’esposizione universale, per poi tornare alla città metropolitana. Per il resto la nuova legge comporterà un gran lavoro di riorganizzazione. E Giagone assicura che le cose sono già a buon punto: “Lo scorso settembre è stata delineata la nuova struttura organizzativa, in base alle previsioni sulle competenze della città metropolitana. Così è stato dato più peso alle aree Ambiente, Pianificazione territoriale, Lavoro e infine Edilizia scolastica, strade e trasporti”. Parole che ostentano tranquillità. Ma non devono convincere proprio tutti, se un’impiegata al tornello si lascia sfuggire che no, “non si sono mossi di una virgola nel fare regolamenti”.

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