Chi segue questo blog in maniera più o meno assidua, si sarà reso conto che ogni volta che pubblico un post che ha per oggetto il tema del diritto di cittadinanza dei cosiddetti ‘nuovi italiani’ o storie di migrazione i commenti – quelli che somigliano più a insulti che a critiche – fioccano. Se scelgo di tornare su alcuni argomenti, andando oltre i commenti ‘sgradevoli’, che possono tornare indietro a mo’ di boomerang, non è perché sia autolesionista. Sento il bisogno di contrastare certe visioni stereotipate, che tante volte gli stessi media, o per lo meno certi commentatori e pure qualche politico, contribuiscono a originare, finendo per offuscare la nostra capacità di pensare criticamente. Insomma, sull’accordo di integrazione per il cittadino straniero che richiede il permesso di soggiorno in Italia qualcosa da dire ce l’avrei.

Andiamo indietro di due anni, al 10 marzo 2012, giorno in cui lo Stato italiano introdusse il famoso accordo, noto anche come permesso a punti. Sul sito del Ministero dell’Interno si legge: «L’accordo di integrazione […] è un accordo tra lo Stato italiano e il cittadino straniero che entra in Italia per la prima volta. Con questa nuova disciplina […] si è voluto stipulare un patto con un reciproco impegno a fornire da parte dello Stato gli strumenti della lingua, della cultura e dei principi generali della costituzione italiana e da parte del cittadino straniero, l’impegno al rispetto delle regole della società civile al fine di perseguire, nel reciproco interesse, un ordinato percorso di integrazione basato sul principio dei crediti.»

In pratica, il cittadino straniero al suo arrivo si vede assegnare 16 crediti che potranno essere incrementati mediante l’acquisizione di determinate conoscenze. In virtù di questo accordo, egli dovrà raggiungere, entro 2 anni dal rilascio del permesso di soggiorno, attraverso una serie di parametri, 30 punti per vedersi confermato il permesso. In caso contrario, otterrà una proroga di 1 anno ma, se dopo tale periodo il suo punteggio non sarà pari a 30 e non avrà acquisito una conoscenza della lingua italiana a livello A2 (parametri europei), il questore potrà decretarne l’espulsione.

A Milano, credo anche in conseguenza dell’accordo, le scuole di italiano si riempiono – più corretto sarebbe dire si riempirebbero ancora – di cittadini stranieri che, attraverso lo studio della nostra lingua, s’impegnano a rispettare il patto con lo Stato italiano. E lo Stato italiano cosa fa per rispettare l’accordo? Organizza, presso gli Sportelli Unici per l’Immigrazione delle Prefetture, i corsi di educazione civica che hanno una durata variabile da 5 a 10 ore. Non frequentare questi corsi vuol dire vedersi sottrarre 16 punti sul permesso. Inoltre, finanzia i Centri Territoriali Permanenti (le scuole statali che forniscono gratuitamente percorsi di educazione a persone adulte tra cui anche la preparazione agli esami di lingua italiana a livello A2). Uno degli 8 CTP si trova in zona 2, ha sede in via Pontano 43 e accoglie circa 500 allievi l’anno.

Nel 2013, lungo il solo asse di via Padova, 9 scuole di italiano per stranieri gestite da volontari hanno accolto circa 1.400 allievi, accollandosi i costi di gestione. Sono fioccate sottoscrizioni, vendita di gadget, donazioni… Per non dover interrompere le scuole che per lo più si basano in ogni caso sull’insegnamento gratuito di cittadini volontari. Prova ne è il fatto che il portale milano.italianostranieri.org comprende nell’elenco delle scuole che erogano corsi di italiano anche le parrocchie e le associazioni. A fronte di 16 enti pubblici sul portale si trovano 39 scuole del terzo settore e 46 gestite dalle parrocchie. Le stesse che oggi hanno esaurito le finanze e sono sempre più in difficoltà nel soddisfare quella domanda.

Ma se consideriamo l’apprendimento della lingua uno dei principali fattori d’integrazione dei nuovi cittadini e poniamo la stessa conoscenza come requisito insindacabile per poter soggiornare nel nostro Paese è evidente che l’offerta formativa pubblica è assolutamente inadeguata al bisogno.

Con l’accordo di integrazione, l’Italia è ancora lontana, ad esempio, dalla Francia dove il cittadino straniero che firma l’Accordo di Accoglienza e Integrazione (CAD) si assume l’obbligo di imparare la lingua francese. Lo Stato francese fornisce ben 400 ore gratuite di insegnamento della lingua, oltre alle ore di educazione civica.

E allora, può il principale fattore d’integrazione dipendere dalla buona volontà di singoli cittadini e associazioni?