Questo post nasce da un intervento della dr.ssa Marina Rodacanachi Roidi, del centro Vismara di Milano, al convegno “Gioco e Narrazioni nella psicoterapia con i bambini“, promosso dall’Ambulatorio Sociale di Psicoterapia dell’Opera don Calabria il 21 /3 /2014. E’ una storia avvincente e commovente.

Mi chiamo Luca, ho 6 anni, la mia vita è stata un po’ diversa da quella degli altri bambini, però, grazie ai miei genitori e alla moltitudine di persone che si sono dedicate a me, ho fatto immensi passi avanti che fino a pochi anni fa erano impensabili. Sono un bambino “grave”, faccio fatica a vedere, a sentire, a muovermi, a percepire le cose. Ogni 1000 bambini sani ne nasce uno come me, il nostro destino è legato alla precocità delle cure e alla capacità e alla passione delle persone che si prendono cura di noi. Alla mia nascita i miei genitori sono rimasti shoccati, è inutile dirvi la loro tristezza, il senso di colpa, la rabbia, l’angoscia di vedere il proprio figlio come nell’immagine di uno specchio rotto. Penso che abbiano pensato di restituirmi al mittente o si siano chiesti perché una tale tragedia fosse toccata proprio a loro, poi, con l’aiuto di chi mi ha preso in cura, hanno cominciato a lottare insieme a me, giorno dopo giorno, fino a diventare orgogliosi dei miei successi. Parlo in prima persona perché c’è una consapevolezza dentro di me, una coscienza che la maggior parte della gente non riesce a vedere, tanto che a volte mi sento considerato una specie di “cosa”. La coscienza in certi casi è anche dolorosa! Spesso anche io mi chiedo perché sto così, mi sembra di percepire gli altri diversi, mi percepisco “rotto” e penso se qualcuno potrà mai aggiustarmi. Molti si domandano se sono intelligente, ma pochi sanno che l’intelligenza è una cosa misteriosa, in gran parte frutto della capacità di cogliere gli stimoli del mondo e i bambini lo fanno attraverso il gioco, che gli permette di mettersi in contatto fra loro e con i grandi, di sperimentare aspetti nuovi di sé e della vita, di acquistare padronanza nelle proprie capacità e di imparare ad esprimere le emozioni e tante altre cose insieme. Il merito maggiore delle persone che mi hanno curato è stato quello di insegnarmi a giocare, e di avere insegnato ai miei genitori a giocare con me, perché io sono un tipetto difficile per giocare. Ricordo che ero impaurito quando mi toccavano, come se non percepissi chiaramente il confine fra il dentro e il fuori di me, piangevo, urlavo, e suscitavo incertezza in chi si avvicinava per aiutarmi. Sono arrivato al gioco attraverso un percorso che i miei curanti hanno costruito insieme a me e alla mia famiglia, con molta pazienza, accettando i miei tempi, con la sensibilità di cogliere qualsiasi segnale potessi dare loro, attirando la mia attenzione in tutti i modi possibili e immaginabili. Hanno costruito ambienti speciali cercando di puntare su quanto di me era funzionante piuttosto che riabilitare quello che non andava. Mi hanno insegnato a non aver paura, a riconoscere le persone, a spostarmi e a riconoscere l’ambiente, mettendo insieme quello che potevo sentire e quello che potevo vedere. Ma più che altro mi hanno insegnato ad avere voglia di tutto questo. Oggi ho sei anni, frequento la prima elementare, ho un’insegnante di sostegno, sto imparando a leggere e a scrivere, riesco a parlare abbastanza bene, sono allegro e amo giocare, riesco anche ad andare in una bicicletta con le rotelle e camminare con il deambulatore, ma almeno vado dove voglio. A volte invidio i bambini che possono fare tutto quello che io non posso fare, ma penso anche a quelli più sfortunati di me perché i genitori non hanno potuto superare il dolore iniziale e non hanno avuto dei curanti bravi e appassionati come i miei. Questo non dovrebbe mai succedere.