Ho letto recentemente il nuovo libro di Nanni Balestrini Carbonia. Eravamo tutti comunisti (Bompiani, 2013) e devo dire che mi ha colpito in maniera positiva. Per chi non lo conoscesse, Nanni Balestrini e uno dei più grandi scrittori italiani, fortunatamente ancora vivente.

A differenza di molti autori più giovani di lui che tentano di scrivere romanzi sulle lotte politiche, Balestrini riesce a suonare sempre estremamente moderno perché utilizza un linguaggio e una lingua sperimentali, di impatto, difficili da digerire, proprio come lo è uno scontro di piazza o, nel libro, nelle miniere di Carbonia. Tutto diventa indigesto, difficile da governare e ogni situazione a svantaggio dei minatori diventa un modo per riscattare la loro condizione sociale.

Ma non è la storia di per sé che colpisce, perché poi, come diceva Céline, “di storie ne è piena la strada: tutto è pieno di storie, ne sono pieni i commissariati, pieni i tribunali, piena la vostra vita”,  è interessante più che altro come la si racconta la storia.

Infatti, il libro mi ha fatto ragionare su come effettivamente in questo periodo le storie non abbiano più le narrazioni adatte, è come se ci fosse un’omologazione totale della lingua e del linguaggio, non si riesce più ad inventare nulla né sul piano culturale né sul piano linguistico.

Soprattutto per quanto riguarda il romanzo politico, si leggono gli stessi slogan uguali da anni, così come le rivendicazioni ormai fuori contesto storico e c’è una patologica mancanza di una terminologia contemporanea. Balestrini ci fa notare come, utilizzando un linguaggio moderno, unendo una costruzione sintattica d’avanguardia a un contenuto estremamente quotidiano, a tratti blasfemo e iracondo, ci fa appunto notare come sia possibile scrivere un romanzo politico senza cadere nei soli cliché.

Non ci sono difetti nel libro di Balestrini perché fila via liscio, lo si divora in un attimo perché tutto diventa feroce nella vita di chi si pone contro, tutto è sempre troppo veloce per trovare la desiderata stabilità. Sembra di stare a fianco dei minatori che scioperano in piazza rossa a Carbonia contro gli sfratti, oppure dentro le miniere evitando le esplosioni del grisù.

Così com’erano strutturate le mobilitazioni dei minatori, il loro linguaggio burbero, povero, scurrile ma pieno di forza, di determinazione, se vuoi raffazzonato e approssimativo, ma denso e potente, più di ogni intellettualismo, così è il libro di Balestrini. Riuscire a ricostruire un linguaggio è un’operazione che, al giorno d’oggi, certamente solo Balestrini e pochi altri sono in grado di fare.

Quello che mi dispiace, dal punto di uno che lavora in ambito culturale, è la totale assenza di novità simili tra gli scrittori più giovani. Ci sono romanzi sperimentali che affrontano tematiche vicine alla sfera sentimentale, esistenziale e genericamente emotiva, oppure autori che sperimentano narrazioni diverse e più vicine a fatti di cronaca, tutti bravissimi scrittori, tutti molto talentuosi, ma non ci sono più autori che hanno la capacità di sperimentare nei romanzi politici.

I pochi che ci sono, sembrano la trasposizione di Moccia o Fabio Volo in Val di Susa. Ormai la lingua si è appiattita, gli slogan non si rinnovano, e senza una nuova lingua manca anche una nuova e contemporanea visione del mondo, senza rinnovamento comunicativo non c’è la possibilità di costruire nulla: tutto diventa routine e ci si passa sopra. Ed è sintomatico questo, cioè l’arretratezza dei vari movimenti, nessuno riesce più ad avere parole nuove per descrivere quello che ci sta accadendo, non tanto da un punto di vista scientifico, quanto da un punto di vista narrativo e quindi quotidiano e raggiungibile ai più.

Quindi bravo Nanni, che con i tuoi 79 anni ci hai fatto capire, per l’ennesima volta, che non è l’età che fa l’avanguardia.