Questa, più che una recensione, è l’espressione della mia gratitudine.

Voglio ringraziare di cuore Marina Sozzi, l’autrice di Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita, uscito in gennaio con Chiarelettere editore. L’ho letto d’un fiato e ne ho poi parlato con i miei anzianissimi genitori e siamo riusciti a condividerne i ragionamenti, perfino con allegria, seduti fuori, ben imbacuccati nei nostri giacconi, al primo sole di marzo.

La consapevolezza della nostra transitorietà, del nostro essere provvisori, cambia la prospettiva con cui viviamo attimo dopo attimo: cambiando lo sfondo di riferimento con cui li osserviamo, molti piccoli e grandi fastidi quotidiani si relativizzano. Fra cento anni nessuno di noi ci sarà ancora, e nemmeno i miei numerosi studenti ci saranno più: mi piace ricordarlo e ricordarglielo, in modo che lo sguardo con cui osserviamo la vita si espanda.

Egocentrismi e drammatizzazioni si stemperano, e stranamente si diventa tutti più allegri, nel non dare più per scontato di essere vivi: almeno ogni tanto, è un sollievo, la gratitudine di esserci, e basta.

Nella nostra cultura occidentale senza accorgercene viviamo invece in genere una sorta di implicita pretesa, di diritto alla serenità, per cui ci arrabbiamo se non l’abbiamo e cerchiamo volentieri i colpevoli, astratti o concreti. Come se ci avessero promesso una vita piena di soddisfazioni, alla nascita, e noi ci avessimo creduto.

E invece si invecchia – e l’unico modo per evitarlo è morire prima di riuscirci – e arrivano gli acciacchi, i dolori, le malattie, il passo si fa incerto, la stanchezza diventa la nostra più assidua amica: ci invita a fermarci, a smettere di correre, ci ricorda la nostra vulnerabilità. Ci sediamo sulla panchina rossa, almeno cinque minuti, anche noi, di solito così indaffarati, in compagnia della nostra cara amica stanchezza. La nostra attenzione torna per una volta al corpo, al suo peso, alla sua massa, e al corpo piace, avere la nostra attenzione, ogni tanto.

A ben guardare, anche il dolore è nostro amico: se qualcosa ci fa male, questo è un segnale che richiama la nostra attenzione, il corpo dolorante vuole che ci occupiamo di qualcosa che evidentemente c’è e pulsa e ci chiama, vuole che ce ne prendiamo cura. E allo stesso modo il dolore emozionale ci segnala che c’è qualcosa che richiede tutta la nostra concentrazione, che qualcosa, nel mondo, è diverso da come abbiamo bisogno che sia per sentirci a nostro agio.

Cito Marina Sozzi: “La consapevolezza della mortalità, che abbiamo voluto mettere a tacere (…) non produce solo dolore. Il senso della propria debolezza e vulnerabilità è condizione necessaria per essere capaci di compassione – e dunque di solidarietà – nei confronti del nostro prossimo, percepito come simile. Perduta la percezione dell’umana fragilità, il sostegno reciproco è messo a rischio. Come dice Borges, ‘la morte rende preziosi e patetici gli uomini’. Il sapere della morte ha una straordinaria potenza, ed è in grado di fondare l’etica laica. Non mi comporto umanamente per timore del giudizio divino, e neppure per un generico quanto incerto amore per l’umanità, ma perché sono consapevole della mia fragilità, vulnerabilità e mortalità e quindi di quella altrui”.

Grazie Marina, dell’invito a rinsaldare la nostra antica amicizia con la mortalità, che ci unisce tutti.