L’urbanistica ha scoperto che la partecipazione è un comodo passepartout per anticipare contrasti senza soluzione. Per provare a bypassare polemiche. Per evitare che inizino strenui lotte a colpi di firme e di assemblee proposte da Associazioni locali. Per non calare all’improvviso sulla città e sui territori opere ignote ai più. Il problema è che in molti casi si ha la sensazione che si tratti di studiati espedienti che nella realtà dei fatti non muteranno gli intendimenti iniziali.
Così le intenzioni dichiarate da parte delle diverse amministrazioni di coinvolgere i reali fruitori di nuove urbanizzazioni, riqualificazioni, più raramente infrastrutture di grande impatto. Lodevoli, indubitabilmente. Si afferma a gran voce che le persone hanno finalmente la possibilità di intervento. Anche se le modalità e i tempi spesso smentiscono questo auspicio.
Anche a Roma si sperimenta questa formula. Con le ex caserme di via Guido Reni, al Flaminio, ed ora con il Parco Papareschi, nel quartiere Marconi. La formula dell’assemblea pubblica istituzionalizzata dagli organi politici dei rispettivi Municipi è quella più ricorrente. La partecipazione sempre alta. Le persone rispondono per provare a dire la loro. Tutto sembra perfetto. Quasi un esempio di democrazia illuminata. Ma questo modello di partecipazione, nel quale ogni attore sembra avere una sua parte imprescindibile, a ben guardare, mostra i suoi limiti. Perché il più delle volte si tratta di progetti in gran parte confezionati. Nei quali gli spazi di intervento sono così esigui da non lasciare grandi speranze. 
Si parte da alcuni punti fermi e da variabili che per essere tali dovrebbero incontrare il favore di chi ha dei diritti consolidati sull’area. Circostanza questa molto più che improbabile. L’area vasta, abbandonata da anni. Affacciata da un lato su Lungotevere Vittorio Gassman e più in là, sui gazometri, all’Ostiense. Dal lato opposto sul triplice filari di palazzi modulari che la separano da viale Marconi. Il grande complesso degli ex stabilimenti della Mira Lanza occupa grandi spazi. Dal 1999 in parte riutilizzati dal Teatro India. Intorno è tutto in edificato. Ancora. In attesa che prenda avvio la sistemazione connessa alla realizzazione del Parco Papareschi. Il verde attrezzato che il quartiere attende da decenni. Un’operazione urbanistica funzionale al progetto urbano Ostiense-Marconi. Insomma una tessera di un ampio puzzle. Che promette da tempo la riqualificazione di un settore della città, sezionato dal corso del Tevere, nel quale la presenza di diversi complessi edilizi in abbandono e di spazi non costruiti offre la possibilità di importanti interventi. Ci sarebbero tutti gli elementi per riorganizzare l’ampio quadrante, inserendo funzioni che arricchiscano i servizi.
Operazioni urbanistiche diversificate, ma unitarie. Capaci davvero di proiettarsi con effetti benefici sulla città storica e riverberarsi sugli sviluppi più esterni. In questa riprogrammazione, il riutilizzo dell’ex Mira Lanza, anche attraverso la costruzione di un asilo nido, la realizzazione del parco Papareschi, erano, sono, elementi imprescindibili. 
 
Come ha ribadito anche il Municipio XI nella memoria n. 28 della seduta del 30 Ottobre 2013. In realtà il progetto che prevede la costruzione della sede dell’Accademia d’Arte Silvio D’Amico e, soprattutto, quella della Casa dello Studente, capace di più di 600 posti, sembra diluire i benefici ipotizzati. L’aggiunta di un ulteriore Pup, fa nascere legittime perplessità. Le indagini archeologiche realizzate nell’area destinata alla nuova residenza universitaria denominata “ex area Papareschi”, hanno evidenziato la presenza, all’interno dei livelli di età romana, di strutture di grande interesse. Che ora risultano conservate al di sotto delle consuete coperture utilizzate per i resti antichi. Scoperte che non sembra potranno mutare la sorte dell’area. Nella quale il Parco sembra essere ben poco cosa.
 
Il progetto del gruppo di lavoro costituito dagli architetti, Simone Quilici, Marco Antonini, Dario Aureli, Roberto Capecci e Raffaella Sini, presentato in occasione di una recente assemblea, a due passi dal futuro Parco, ha fatto pensare a molti che il verde, tra il tanto nuovo costruito, sia quasi un’aggiunta necessaria. Ridotto oltre misura rispetto a quanto ipotizzato in passato e sognato dagli abitanti della zona. Le piante del progetto restituiscono viali alberati, un orto urbano e soprattutto un laghetto. Il cui costo sembra riferibile più al desiderio dei progettisti di lasciare un segno del loro intervento, che rispondere alle reali esigenze degli abitanti della zona. Tanto più che molti si accontenterebbero di avere dei nuovi giochi per i bambini.

“Lo scopo è quello di rendere fruibile questa zona, per trasformarla in un luogo di incontro per gli abitanti, facendone riscoprire le qualità naturalistiche e il rapporto con il fiume. Un viale e una piazza pedonale, con una grande fontana, e un palmeto saranno gli elementi principali del parco …”. Così si descrive l’operazione nella relazione di presentazione del progetto. Elementi che non sembrano costituire una cifra distintiva. Caratteri qualificanti di un’area che da generico spazio di degrado vorrebbe farsi luogo specifico di aggregazione. Gli alberi e il viale, i prati e le panchine, lo specchio d’acqua e l’area giochi non sono l’essenza di un Parco ma gli elementi che contribuiscono alla sua realizzazione. 

Senza un’idea strutturata e realmente condivisa la nuova area a verde non potrà farsi Parco. La cesura  con la città costruita, intorno, rischia di rimanere tale. La partecipazione è iniziata. I risultati del lavoro 
sul territorio si conosceranno soltanto tra due mesi, al termine di incontri e sopralluoghi. Tuttavia l’idea centrale anche a Papareschi, dove la città avrebbe un’ulteriore occasione di riprogettarsi, è che gli spazi 
vuoti debbano riempirsi. Ad ogni costo. Magari anche con un laghetto. 
Franco Purini teorizza che “le città sono individui portatori di un’intenzione”. A Roma si inizia a dubitare che quella proposta dal centro alle periferie sia davvero quella buona.