Nel groviglio di traffico politico della vita italiana c’è stato un evento rivelatore. È il film di Veltroni su Berlinguer (sarebbe più giusto dire “con Berlinguer”) narrazione inaspettata e improvvisa dell’altra epoca. Ha fermato il traffico ministeriale inseguito con affanno dal Parlamento per un paio d’ore, in uno stato d’animo che veniva definito commozione ma era stupore. E anche disagio. Sospetto che avrà conseguenze che dureranno più a lungo della durata di un film. Cerco di spiegare. Molte cose sono accadute e molte le abbiamo dimenticate, o per necessità o per pudore. L’imbarazzo è grande, perché siamo le stesse persone e ci siamo adattati a vivere in un mondo che non ci riguarda per l’euforia insensata e la prepotenza violenta con cui si esprime.

Siamo spalla a spalla (e anche sottosegretario con sottosegretario) tra gente che aveva fretta di arraffare e andarsene col furto, a volte piccolo in modo imbarazzante, a volte di dimensioni sconosciute, una voglia di fuggire non si sa dove. Lontano, certamente. Tanto che alcuni hanno spedito ricordi e ricatti da isole sconosciute. Poi, per una ragione o per l’altra (di solito giudiziaria) sono tornati. Al momento siamo tutti stipati in un ascensore fermo e non sappiamo che cosa dirci. Anche perché, non so se vi siete accorti, siamo tutti senza lavoro, anche se non tutti altrettanto poveri. Nel senso che nessuno di noi può fare qualcosa di utile o contribuire alla soluzione di una lunga e indefinibile “crisi”.

Il vento forte di una politica che vuole essere notata per il suo fantasioso attivismo, soffia raso al suolo e abbatte solo (ne abbatte molte) le palafitte. Dai piani alti guardano giù, chi con pena, chi con distacco, uniti dalla silenziosa soddisfazione di veder confermato quel che credevi: tu, non io, devi assumerti il peso di risolvere il problema.

Il problema non è mai precisato. Pare che si tratti di un debito immenso, di cui senti parlare da quando eri giovane. Adesso sarebbe venuto il momento (non per tutti, solo per alcuni, in particolare chi ha un piccolo lavoro, nessun lavoro, una pensione d’oro da duemila lordi, e i disabili) di saldare. L’incubo bussa alla porta di milioni di famiglie che, dato il modo in cui sono vissuti e la solitudine che hanno patito, non credevano, non sapevano che toccava a loro saldare quel debito immenso. Vorrebbero un po’ di attenzione, ma il governo, giovane e “good looking”, in questo momento ha da fare a lodare se stesso e ad annunciare nuove cose miracolose, perciò per te non ha tempo. E ti lascia solo a rispondere alla domanda: se il debito continua a crescere, è di nuovo colpa mia? Nell’altra epoca le parole erano chiare e le frasi avevano senso. Il fascismo era fascismo, il lavoro lavoro, il dolore dolore.

Veltroni è stato geniale nel trovare la strada per il ritorno. Una illusione, naturalmente, ma, per forza, uno shock. Ha aperto la scatola che tenevamo chiusa, venerandola sbadatamente e in fretta, come chi si tiene cara l’urna delle ceneri. Il suo Quando c’era Berlinguer non è un film rivisitazione, come, per esempio, la mostra sui 90 anni della Rai, in cui persino le immagini dei vivi a grandezza naturale (un soprassalto) compaiono nel ruolo di cari estinti. No, qui, in questo film, nessuno è rimasto uguale ed è rimasto fermo, neppure i sopravvissuti, neppure i ricordi. Le immagini iniziali dei ragazzi che non sanno (“Berlinguer? Mai sentito”) e quella dei giornali spazzati dal vento, sotto le nuvole basse di una Roma che non promette nulla di buono, ci dicono che il nostro stupore è legittimo. Ma anche che questo non è un indovinello con battuta finale o un labirinto di cui devi intelligentemente trovare l’uscita. Noi, in sala, siamo una giuria estranea che sente di non stare né di qua né di là, sia perché adesso stanno tutti insieme, in una aggregazione pietrificata che non si può spiegare. Sia perché hanno detto e ripetuto e confermato che non ci sono più destra o sinistra. Vuol dire che non ci sono più idee da sostenere o da respingere, ci sono solo accordi. La giuria prova disagio (la parola è suggerita da Scola) nell’essere messa all’improvviso faccia a faccia con l’altra epoca. Dovrebbe giudicare ma capisce subito che non può. Il gioco di Veltroni è accorto (al punto da apparire delicato) e spietato.

Erano più alti, nell’altra epoca, lasciavano impronte. Avevano una lingua, dei sentimenti, delle idee. Persino Almirante appare una faccia rispettabile. Dice diessereAlmiranteediveniredal fascismo. Ed è Almirante e viene dal fascismo. Nell’altra epoca i disonesti lo sapevano, era un azzardo già molto diffuso, non era un vanto, non era una ragione per intestardirsi ad andare o restare al governo, come se l’avviso di garanzia attribuisse un diritto inalienabile di fare politica bene in vista. Ci sono dei vuoti, nel faccia a faccia a cui Veltroni ci conduce nell’altra epoca. Per esempio i Radicali (Pannella, Bonino). La loro testarda ostinazione su aborto e divorzio è stata seguita, non iniziata, da leader e schieramenti politici che però sapevano e capivano di che cosa si stava parlando. Mancano, al grande murale, la socialista Merlin e il socialista Loris Fortuna che hanno frantumato, da soli, interi muraglioni di luoghi comuni dell’Italia finta cattolica e sempre immersa “nei valori della famiglia” per tenere ben fermi e sotto controllo il valore detto interesse.

Però, vi rendete conto? Questa era la politica, nell’altra epoca: affrontare argomenti veri e urgenti che sarebbero stati, altrimenti esclusi per sempre dal dibattito, dalla partecipazione, dal voto. C’era speranza, c’erano (e avevano voce) cittadini, a milioni nell’altra epoca, perché il leader era con la sua gente. Con la sua gente condivideva idee. Ma le idee distinguevano, in modo intransigente, gli uni dagli altri. Al punto che alcuni – come Moro – bisognava ucciderli. Nell’altra epoca c’era una sola possibile grande intesa, la Costituzione. Per questo l’altra epoca, anche se la racconti con bravura, come ha fatto Veltroni, resta incomprensibile.

il Fatto Quotidiano, 23 Marzo 2014