Antefatto. All’alba del 21 marzo Recep Tayyip Erdogan, forte di una autorità delle telecomunicazioni con poteri straordinari, la turca Bilgi İletişim ve Teknolojileri Kurumu, oscura Twitter. Si indigna il presidente della Turchia Abdullah Gul, si infuria il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, si preoccupa il commissario Ue all’Allargamento Stefan Fule. L’opinione pubblica internazionale resta a guardare, attonita, e dà il via al tam tam cinguettante sfruttando trending topic aggregativi come #TwitterIsBlockedInTurkey. [Qui potete trovare i 10 hashtag più utilizzati in relazione alla protesta turca.]

«Vedranno così la forza della Turchia», minacciava un altezzoso Erdogan in un comizio di due giorni fa. E infatti il mondo ha visto la forza della Turchia. Ma non quella del governo turco, bensì quella degli internauti turchi, che nell’ilarità generale dei tecno-addetti ai lavori hanno agilmente aggirato il blocco, utilizzando server Dns alternativi a quelli delle connessioni standard. Un articolo di Hurriyet – quotidiano online turco – ha addirittura spiegato dettagliatamente ai lettori-utenti come sfruttare le potenzialità dei server alternativi. Gli escamotage informatici per bypassare la censura governativa sono stati tra i più variegati: dai Dns come 8.8.8.8 e 8.8.4.4 di Google ai Virtual Private Network, passando per gli sms “speciali” pensati proprio da Twitter in via del tutto eccezionale per controbattere alla stessa richiesta del governo turco di oscuramento e permettere agli utenti di twittare lo stesso.

Risultato? Il più classico degli “Streisand Effect” in salsa cinguettante. Un’infografica dell’agenzia di social media monitoring turca, Somera, chiarisce molto chiaramente quale sia stato l’impatto, a livello di attivismo online, nel post-censura: i tweet turchi sono aumentati del 33% e il numero degli utenti è cresciuto del 17%, balzando da 1,49 milioni da 1,75 milioni. Ricapitolando: il goffo tentativo di censura dei 140 caratteri più famosi al mondo ha sortito esattamente l’effetto opposto, amplificando la voce della protesta e palesando la confusa debolezza del Primo Ministro turco. Difficilmente Erdogan mollerà l’osso, tant’è che ora la scure della censura pare si debba abbattere sui video sgraditi di YouTube. Anche se Google sembra non volerglielo concedere.

Twitter è libero, il popolo turco ha vinto, Erdogan ha perso. Ma è veramente tutto così semplice? Passiamo ad una più attenta analisi dei fatti, senza incappare nella pericolosa dose di entusiasmo digitale che solitamente accompagna le cronache che coinvolgono il burrascoso rapporto tra la tecnologia e la sete d’oscurantismo del governo di turno.

Twitter più che essere un social network è un informative network. Le persone parlano meno di se stesse e più dei fatti salienti nell’agenda dei media. Tolti i profili (inutilmente unidirezionali) dei politici e quelli dei giornalisti che vedono in Twitter un preziosissimo alleato (essendo una fonte privilegiata di ricerca di materiale inedito in tempo reale), il resto dell’utenza non è in alcun modo rappresentativa della popolazione di un Paese, essendoci una preponderanza di utenti giovani e/o con un grado di istruzione medio-alto.

Eppure Twitter viene preso a modello – come quasi tutti i social network – come veicolo primario di democrazia. Più Twitter, più informazioni, più democrazia. Ma questa è una lettura del tutto sbagliata del fenomeno, che ha accompagnato anche gran parte dell’analisi dell’apporto di Twitter ai moti rivoluzionari delle primavere arabe. Nei Paesi interessati, i nuovi media hanno avuto un impatto nullo. È ora di prendere atto del fatto che gli approfonditissimi reportage a colpi di tweet che hanno portato a conoscenza di fenomeni una volta impensabili, non hanno spostato di una virgola la democrazia in queste zone del mondo. Ipotizzando per assurdo che tutta l’utenza Twitter turca sia dotata di strumenti culturali tali da saper discernere l’informazione rilevante dal mero chiacchiericcio – e sappiamo bene che non è così -, stiamo parlando comunque di neanche 2 milioni di iscritti a fronte di una popolazione totale di quasi 80 milioni.

Benché la favola dei social network come traghettatori privilegiati di conoscenza e libertà prosegua inarrestabile, la realtà è che queste piattaforme si rivolgono ad una nicchia ristrettissima di persone che in alcun modo cambiano lo status quo. La conversazione avviene, ma non coinvolge i diretti interessati. Anzi, l’effetto perverso è quello di alimentare una sorta di partecipazione simulata, per cui alcuni utenti investono più energie a combattere la tirannia a suon di likes e retweet che non con azioni concrete – magari scendendo in piazza ed intervenendo direttamente. Sicuramente avrete presente quei “sovversivissimi” post di Facebook lanciati al grido di «Condividi se vuoi salvare la persona X» o «Metti Mi Piace se vuoi liberare anche tu il Paese X». Chi veicola questi contenuti, nella maggior parte dei casi, non vuole essere attore della rivoluzione: si accontenta di esserne mero spettatore, comodamente da casa. Ma le interazioni usa-e-getta che mettono a posto la coscienza dell’utente non generano un effettivo processo di cambiamento, bensì solo il suo ingannevole riflesso online.

Certo, l’Iran ha bloccato WhatsApp, la Russia ha dato VKontakte in pasto a servizi segreti e miliardari vicini a Putin, la Cina banna dai motori di ricerca keywords sgradite e tantissimi altri Paesi hanno black list di siti inaccessibili. Perché come sappiamo controllare i social network, dal punto di vista delle mire totalitaristiche dei governi, è molto meglio che oscurarli. Ma laddove i social network sono “liberi”, cosa è cambiato? Se la risposta è «nulla», c’è seriamente da chiedersi se l’indignazione che segue sempre questo tipo di censura sia frutto di una reale richiesta di democrazia o semplicemente il frutto di una percezione distorta di quello che, queste piattaforme, fanno effettivamente per la vita delle persone.

Chi scrive conosce a pieno le validissime potenzialità dei nuovi media, e nessuno qui ne pretende l’abolizione, anzi. Semplicemente, si offre qui una provocazione. Se l’umanità investisse nella costruzione di reti sociali reali e politicamente fruttuose anche solo il 10% delle energie investite dagli utenti nell’attivismo online di facciata e dal sistema informativo nella sua strenue difesa, probabilmente vivremmo in un mondo abbastanza diverso. Anche se all’opinione pubblica internazionale fa spesso comodo crederlo, la democrazia non si salva in 140 caratteri.