Con un certo stupore ci si sta rendendo conto che la vis chiacchierina di Matteo Renzi fuori dai confini nazionali (e in particolare dalle parti di Bruxelles) acchiappa poco o nulla. Eppure – qui da noi – il presunto talento fiorentino è stato definitivamente aureolato della fama di “grande comunicatore”.

La spiegazione è che in Europa si è molto più scafati e assai meno provinciali di questa Italia che precipita da alcuni decenni in una spirale regressiva, tanto da ridursi a spazio periferico silente nel concerto continentale (nonostante qualcuno ora vorrebbe scorgere segni di una improbabile riscossa nazionale nell’Oscar al noiosissimo “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino: due-ore-due sulle fisime di un gagà napoletano che si aggira nel degrado umano di Roma).

In effetti la palma per l’eccellenza renziana dipende dall’adozione di un trucchetto espositivo già ampiamente adottato dal maestro e modello Silvio Berlusconi; un remake istrionico che in ambienti sgamati suscita soltanto risolini tra lo scherno e un senso di superiorità condiscendente. Allora furono i birichini Angela Merkel e Nikolas Sarkozy a far piombare con la semplice increspatura labiale una definitiva pietra tombale sull’ex Cavaliere di Arcore. Ora sono le smorfiette dei José Manuel Barroso e compagnia eurocratica che rimandano a settembre il giovane Superbone venuto dalla valle dell’Arno. E il trucchetto che non funziona si chiama “convention aziendale”. Ossia importare nei format della politica le tecnicalità messe a punto alla fine degli anni Ottanta per gli eventi che le aziende utilizzano allo scopo di aumentare il cosiddetto “commitment interno” (si tratterebbe di motivazione e coinvolgimento, in realtà una forma manipolatoria per incrementare le performances lavorative senza esborsi monetari da parte dei Vertici dell’impresa). Da qui l’ormai scontatissimo uso delle slides, delle icone e degli “items a key-word”. L’imbonimento aggiornato e impacchettato in gag vecchie di lustri. Ma che funzionano ancora per un pubblico di sprovveduti. Che ritiene il massimo della modernità il maneggiare smartphone e tablets; evidenziando nell’uso di questi gadget lo stesso irrefrenabile stupore dei nativi delle isole caraibiche davanti agli specchietti e ai pettinini metallici offerti loro dagli esploratori d’oltreoceano (che presto li avrebbero asserviti).

Sarebbe bene che Filippo Sensi – assistente alla comunicazione del premier, come già lo fu di Francesco Rutelli, e che ricordo ancora con affetto ragazzo molto acculturato (e molto cattolico) – spiegasse al proprio attuale referente come questi giochini ormai sappiano di stantìo. Visto che da alcuni decenni siamo entrati in quello che il sociologo e massmediologo parigino Pierre Lévy ha chiamato il noolitico (“l’età delle pietre pensanti”, il silicio dei computer). Per cui la tecnologia dell’informazione fine a se stessa è un inganno smascherato. Che funziona ancora solo presso platee di spettatori tardivi. Ma solo fino a un certo punto, visto che anche dalle nostre parti cresce l’intelligenza collettiva: l’esatto contrario della “stupidità delle folle” che si vorrebbero abbindolare con trucchi comunicativi vari. Mentre Renzi nel noolitico sembra essersi completamente smarrito.

Insomma, esaurito l’effetto novità (Fabrizio Barca lo quantificava in “qualche settimana”) si passa a quello successivo: il disincanto. Già prende corpo la domanda terribile: “ma ‘sto Renzi è solo un pokerista?”.

Il passaggio a Bruxelles non è stato tranquillizzante. Sapevamo che il neo premier mente a piacere, pugnala alla schiena i presunti amici e fa patti persino con il diavolo (Silvio Belzebù) pur di arrivare dove gli fa comodo. Abbiamo capito che le promesse di soldini in busta paga a fine maggio gli servono per vincere le elezioni europee. Ma mentre Achille Lauro sindaco di Napoli scambiava concretissime scarpe con voti preferenziali, gli 80 euro di bonus a dieci milioni di italiani potrebbero rivelarsi virtuali in assenza di copertura finanziaria.

Sicché l’incantesimo è alla fine. Ma di questo nessuna persona responsabile può gioire.

Perché è anche chiaro che non ci possiamo permettere un altro “buco nero” al posto di uno straccio di governo già a partire dei prossimi mesi.