Matteo Renzi ha finito il noviziato europeo. E’ stato lampo, come piace a lui, e non è neppure stato tutto rose e fiori: un vertice di crisi sull’Ucraina, le visite di presentazione da Hollande e la Merkel; un Consiglio europeo con tutti i crismi; gli incontri istituzionali con Van Rompuy e Barroso. Così, il premier ha esaurito il bonus europeo di sorrisi e incoraggiamenti per l’ultimo arrivato. E ha già avvertito i primi cigolii nel rapporto con la Commissione europea.

Adesso, lo aspettano ancora tappe di noviziato internazionale: il Vertice nucleare all’Aja, con un G7 anti-Russia sulla crisi ucraina, e la visita a Roma del presidente Usa Barack Obama, programmata – in origine – soprattutto per Papa Francesco.

Dopo di che, il premier italiano non sarà più la mascotte del club dei leader, quello cui si concede un margine di tolleranza, perché deve ancora prendere le misure, e non sarà più trattato con i guanti. Che poi, a ben guardare, Barroso, giovedì, a Bruxelles, non è certo stato accomodante. E la Merkel –dice il presidente di Confindustria Squinzi- non lo ha accolto “a baci e abbracci”, nonostante quel suo essere rimasta “impressionata” (aggettivo, s’è poi scoperto, inflazionato dalla cancelliera, che fu “molto impressionata”, il giorno dopo, dal premier portoghese Pedro Passos Coelho e che lo era stata, in passato, da Monti e Letta).

Il bilancio del noviziato è presto fatto: Renzi non ha concesso nulla ai suoi partner, a parte l’impegno reiterato a rispettare i vincoli europei (chiedendo in cambio soluzioni ai problemi); ma non ha neppure ottenuto nulla, perché il limite del 3 per cento resta, come pure tutti gli altri, e il sostegno alle riforme sbandierato è generico e preventivo. Sull’ipotesi di usare i Fondi di coesione ‘fuori sacco’, Barroso cala la saracinesca.

Il premier deve avere percepito una certa freddezza degli interlocutori europei per le formule vuote, ma ad effetto, tipo “l’Italia oggi paga i debiti del passato, ma deve iniziare a investire nel futuro“, o l’Ue “non può essere solo vincoli astratti”, o ancora “non siamo subalterni”. E se Renzi rivendica che l’Italia “non è uno studente fuori corso della classe Ue”, Squinzi gli rifiuta un voto perché “è ancora a casa che studia”.

Matteo smentisce conflitti con gli interlocutori europei e bolla come “fantasie” i sorrisini scambiati tra van Rompuy e Barroso, che “riaprono una ferita aperta per il nostro Paese” – quella dei sorrisini tra Sarkozy e Merkel, a proposito di Berlusconi – che adesso gli consiglia di “andare a Bruxelles deciso e, se serve, porre il veto”, ma su che cosa, di grazia?

The Economist lo definisce un “giocatore d’azzardo” e, ricordando le visite a Parigi e Berlino, scrive: “A ogni tappa del suo tour, il premier italiano ha avuto lo stesso obiettivo: ottenere margini di manovra fiscale per il suo piano a sostegno della fragile ripresa economica italiana”.

Finito il noviziato, comincia il percorso vero: quel che resta del cosiddetto Semestre europeo, di qui a fine giugno, con tutte le verifiche sui conti nazionali; il 25 maggio, le elezioni europee; e poi dal 1o luglio, il semestre di presidenza di turno del Consiglio del’Ue, con il rinnovo di tutti i vertici delle istituzioni comunitarie.

Tutto ciò partendo dai numeri deboli dell’economia italiana, con una previsione di crescita 2014 che si riduce di stima in stima –siamo allo 0,5 per cento-, nonostante fatturato e ordinativi dell’industria incoraggianti, e dai numeri vaghi e un po’ erratici delle sue promesse. A Bruxelles e a Francoforte, invece, i numeri piacciono netti e precisi: faccio questo, costa tanto, lo pago così.