foto © Leonello Bertolucci

 

Quando la fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va interrogato né analizzato. 

Elliott Erwitt

Di recente mi sono trovato alla dotta presentazione di un saggio sulla fotografia, e la serata ha preso una piega imprevedibile e sorprendente quando è toccato a Ferdinando Scianna, per ultimo, dire la sua; più che compulsare, aggiungere ancora citazioni, lanciarsi in interpretazioni metafisiche, ha ricordato in buona sostanza come, quando ha cominciato lui a praticare la fotografia, non esistesse niente su cui documentarsi, e che dunque tutto il tempo era dedicato a sperimentare, inventare e migliorare. Per anni non venne in contatto con nulla che “spiegasse” qualcosa sulla fotografia o sul lavoro di altri autori fino a quando, tramite Leonardo Sciascia, ebbe occasione di sfogliare “Images à la sauvette” di Cartier-Bresson restandone folgorato.

Ma se qualcuno stava iniziando a pensare, in sala, che Scianna descrivesse i suoi esordi come mortificati da quell’isolamento siciliano dei primi anni ‘60, ebbene si sbagliava. In conclusione Scianna, con voce tonante e la sua teatralità affabulatrice sempre densa si spunti disse, a sorpresa: ”Tempi felici quelli! Ah, tempi davvero felici quelli in cui non c’era nulla sulla fotografia. Sì, perché qualche volta, a spaccare il capello in quattro, alla fine quello che si perde di vista è… il capello!”
Rimpiangeva, in definitiva, una sorta di “verginità” dove tutta l’energia e la tutta la curiosità avevano una sola direzione: la voglia di fotografare e la libertà per farlo. Va detto, per inciso, che proprio lui, oggi, è tra i più arguti e profondi intellettuali della fotografia, capace di scriverne e parlarne in maniera avvincente come pochi.

Raccolgo e faccio mia la sua provocazione, nel sospetto che Scianna abbia toccato una questione centrale anche se “politicamente scorretta” a dirsi.
Sono ormai anni che sentiamo annunciare la morte della fotografia e di contro non c’è mai stato, forse, un interesse paragonabile a quello attuale. Si discute sulla sue derive, si discetta su quanto incida l’“inconscio tecnologico”, si oscilla tra nostalgia di sapore vintage e accelerazione verso tutte le possibili convergenze social; si analizzano le dinamiche percettive, inconsce e sociologiche derivanti da un’immagine. Si scrive e si riscrive la storia della fotografia per scoprire che ognuna è diversa dall’altra. E tutti noi, un po’ per sana curiosità culturale e un po’ perché ci sentiamo in dovere di aggiornarci se operiamo nel mondo della fotografia, ci tuffiamo in questo mare, fatto più di opinioni che di fatti.

Il problema è piuttosto semplice nella sua complessità: risulta sempre più risicato il tempo che un fotografo dedica all’atto fotografico, mentre aumenta a dismisura quello dedicato al pensiero fotografico.
Ribadisco: il discorso è volutamente provocatorio e mostrato in termini manichei ed estremi, giusto per stimolare una riflessione che pure, a partire da quella esclamazione di Scianna, trovo utile.
Se fosse una posizione davvero drastica e “talebana” dovremmo arrivare al paradosso di mettere in discussione anche il senso di questo stesso post, che “parlando delle parole sulla fotografia” ne parla ancora un po’.

Quando ci imbattiamo, oggi, in grandi autori che rivendicano la loro totale “ignoranza fotografica” vantandosi di non saperne e capirne niente, si finisce poi per scoprire la loro smisurata cultura onnivora che ne alimenta costantemente sensibilità e visione. Penso, per esempio, a Mario Giacomelli, che in qualche modo rifiutava l’etichetta di fotografo essendo, di fatto, tra i più noti e ammirati fotografi italiani nel mondo.
Egli ci diceva, tra le righe, guai al fotografo che mette un paraocchi e si focalizza solo sulla fotografia, trascurando il restante infinito orizzonte di possibili stimoli creativi, poetici, sensoriali, emotivi e conoscitivi. Quanta fotografia c’è in Leopardi o in un buon bicchiere di vino?

Pur essendo indiscutibile il peso dell’istinto e del talento naturale, in realtà è difficilmente sostenibile una teoria del “buon selvaggio fotografico”: la consapevolezza del mezzo, delle responsabilità, dell’estetica, della comunicazione, di chi e cosa ci ha preceduto, sono tutte valigie necessarie per il nostro viaggio.
Diciamo semplicemente questo: anche se necessarie, cerchiamo di non esagerare col peso di queste valigie, altrimenti ci renderanno il viaggio così faticoso da togliercene il piacere, col rischio d’impigrirci e finire, come molti, a viaggiare… da seduti.
Allora buone foto, per chi le fa e per chi le guarda! 

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