Per fare un B. servono due presidenti francesi: un Hollande per le donne (anche se tra Julie e l’esercito di prostitute di B. c’è un abisso); e un Sarkozy per gli affari sporchi.

Sarkozy è stato accusato di circonvenzione di incapace nei confronti di Liliane Bettencourt, padrona di L’Oréal, cui avrebbe carpito molti milioni di euro. È stato prosciolto nell’ottobre del 2013; troppo presto, sfortunatamente per lui. Perché, nel corso delle indagini, sono state sequestrate le sue agende. S. ha chiesto la restituzione fondata sulla pretesa immunità del presidente della Repubblica (proprio come B.). Ma, quando la Cassazione decide, l’indagine si è chiusa; e i giudici si limitano a dire che il problema della pretesa immunità è ormai superato dall’archiviazione.

Le agende, così, restano in mano della giustizia e c’è il pericolo che possano essere utilizzate negli altri processi a carico di S.: l’affaire Bernard Tapie, favorito in un arbitraggio che gli ha assegnato 403 milioni in un contenzioso con il Crédit Lyonnais; e il processo Gheddafi, per illecito finanziamento (un “barcone” di milioni) della sua campagna elettorale. La restituzione delle agende diventa così cruciale; e, per “facilitare” la “giusta” decisione, S. chiede a un magistrato della Cassazione, Gilbert Azibert, di “parlare” con i colleghi che si occupano del caso. Non è difficile convincerlo: promesse di luminosa carriera con gran finale a Monaco. Azibert rassicura S. e gli ricorda le sue promesse. Il presidente non lo delude: “Ma ti pare, con tutto quello che stai facendo…”.

Il problema, come al solito, sono le intercettazioni: le hanno disposte i giudici del processo Gheddafi che hanno anche scoperto che S. utilizzava una scheda intestata a un certo Paul Bismuth, amico di vecchia data residente in Israele; e l’hanno intercettata. Così le malefatte di Azibert sono state scoperte. E anche qualcos’altro: qualcuno informa S. degli sviluppi dell’inchiesta. In una conversazione con il suo avvocato, Thierry Herzog, S. dice: faranno perquisizioni, “parlane con i nostri amici che stiano attenti”; e aggiunge: “non si sa mai”. Herzog lo tranquillizza: li chiamo subito, i giudici “sono obbligati a rivolgersi a loro”. Dal che si desume che le talpe sono nella polizia. E S.: “ma è sicuro?” Herzog: “Siamo già d’accordo”. A dispetto dell’ottimismo di Herzog, le cose andranno male: le agende restano in mano della giustizia e i due si beccano un’imputazione per violazione del segreto d’ufficio e traffico di influenze.

Tutto bene (per la giustizia, naturalmente)? Sì e no. Perché c’è il problema della utilizzabilità delle intercettazioni. Quelle con l’avvocato non potrebbero essere utilizzate e le imputazioni scoperte loro tramite potrebbero cadere. Ma, per quelle dirette con Azibert, il giudice “trafficato”, non dovrebbero esserci problemi. Certo è che S. ha fatto una figura barbina, sputtanato dai giornali francesi. E, per quanto se ne sa, il Parlamento francese non ha allo studio leggi ad personam per mettere il bavaglio alla stampa, il che costituisce un’apprezzabile testimonianza del diverso livello di civiltà tra Francia e Italia. Anche se, a livello di premier politici, anche là non stanno tanto bene.

C’è da augurarsi che non capiti niente ad Angela Merkel: di un potente che possa ridere sarcasticamente – e con la coscienza pulita – di “colleghi” come B. e S. ce n’è proprio bisogno.

Il Fatto Quotidiano,  marzo 2014