Oggi il doodle di Google è verde e oro come il Brasile. E’inclinato a sottolineare la velocità, sopra reca una bandiera a scacchi, sotto una monoposto, a sinistra il viso di Ayrton Senna: uno dei più grandi campioni della Formula Uno. Forse il più grande. Ayrton è nato a San Paolo oggi, 54 anni fa, e il suo volto, come quello degli eroi classici giovani e belli, non porta i segni del tempo. Tra poco più di un mese, il 1 maggio, saranno infatti 20 anni esatti dal giorno della sua morte: lo schianto al Gran Premio di Imola.

Nell’anno del Mondiale di Brasile 2014, nell’anno in cui la scuola di samba dell’Unidos da Tijuca ha celebrato il pilota durante il carnevale di Rio de Janeiro, anche Google decide di celebrare attraverso il suo logo le gesta di questo campione. Se questo è l’anno in cui il Brasile si mostra grande al mondo, nuova e giovane superpotenza, Ayrton Senna è stato certamente uno dei profeti che alla crescita di questo nuovo mondo hanno contribuito. Protagonista dell’epoca d’oro della Formula Uno in cui grandi macchine e grandi campioni si susseguivano senza soluzione di continuità (epici i suoi duelli sportivi e fuori con il francese Prost suo grande rivale e suo complemento per trovare il pilota perfetto), Ayrton Senna rasentava la perfezione dei tempi: bello, bianco, accompagnato da splendide donne, ricco e vincente. Insomma, aveva tutto per risultare antipatico, eppure era amato e venerato come pochi.

Forse erano tempi meno rancorosi, forse lui emanava un’aurea magica che pochi hanno al giorno d’oggi. Anche per questo è giustamente celebrato nei doodle di Google, i santini laici del calendario contemporaneo con cui il motore di ricerca più utilizzato ci rammenta lo scorrere del tempo ogni giorno, appena si accende il computer. Tre volte campione del mondo, in pista il brasiliano non era solo spesso il più forte, era un cannibale che agli avversari non voleva lasciare nemmeno le briciole, come l’anno che con la McLaren vinse in quindici dei sedici circuiti in calendario. Non gareggiò mai con la Ferrari, eppure nelle interviste parlava un buon italiano, e alla rossa di Maranello si rivolgeva sempre con il massimo rispetto. Al contrario di Schumacher, cannibale in pista di una generazione successiva, che con la Ferrari ha vinto come nessuno mai ma che ai tifosi e al loro idioma ha sempre concesso assai poco. Due opposti che si sono incontrati nella tragedia, nella sfortuna. Se per la stampa italiana Michael è in ripresa, nel lungo percorso di risveglio dal coma dopo il terribile incidente sugli sci, per quella inglese le speranze sarebbero invece minime. Quello che è certo, è che nessuno ha la minima intenzione nel futuro prossimo di vedere un doodle celebrativo dedicato a Schumi.

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