Sono 2,3 milioni le persone che in questi giorni stanno cercando online, attraverso il sito tomnod.com, il Boeing 777 della Malaysian Airlines scomparso l’8 marzo nel sudest asiatico. L’iniziativa della DigitalGlobe mette a disposizione degli utenti le immagini satellitari ad alta risoluzione del Mar Cinese Meridionale, ciascun utente può analizzare uno spicchio d’acqua e segnalare eventuali tracce sospette.

Tra i ricercatori virtuali qualche giorno fa si è segnalata Courtney Love, la vedova di Kurt Cobain, che ha annunciato su Facebook di aver avvistato la carlinga dell’aereo e quelle che a suo dire sarebbero chiazze di petrolio in superficie. Sbirciando tra i commenti al post di Courtney Love ho avuto l’impressione che sia in atto una vera e propria gara tra gli utenti di tomnod, come se le ricerche del Boeing scomparso fossero parte di un vasto gioco online. In realtà si tratta di una lodevole mobilitazione a fini umanitari che si serve di una tecnologia di uso quotidiano, ma che pone anche degli interrogativi sul senso di ciò che facciamo, sul nostro ruolo nella collettività globale e sul possibile impiego futuro del lavoro fatto dagli utenti della rete.

Immaginiamo per esempio uno stato che si doti di una piattaforma web in cui il controllo delle aree del paese venga affidato alla manodopera volontaria di milioni di cittadini, un lavoro di polizia non retribuito basato sulla segnalazione dei singoli utenti di potenziali situazioni di rischio per l’ordine pubblico. Che effetti avrebbe un tale sistema sull’occupazione nei servizi di vigilanza, polizia e protezione civile? E che ricadute in termini di libertà, privacy e democrazia?

Si tratterebbe di un sistema collaborativo di condivisione delle informazioni già largamente usato negli ambiti più disparati: dal sapere (wikipedia), ai grandi portali turistici fondati sulla reputazione delle strutture, ovvero sui giudizi dei viaggiatori, alle risorse del web dedicate a film, libri e prodotti musicali in cui la somma delle valutazioni e delle recensioni agevola nelle scelte degli acquisti. Un sistema che fin qui ha contribuito enormemente alla diffusione della conoscenza e alla semplificazione delle nostre vite, ma che in prospettiva potrebbe essere utilizzato con altri scopi facendo leva su un’arma potentissima: il nostro narcisismo.

Secondo gli analisti il web 3.0 sarà realtà quando la rete diventerà un enorme database accessibile a chiunque e a qualsiasi applicazione. Ma se a trasformarsi in database fosse anche il mondo fisico le ricadute potrebbero essere inaspettate. E in questo senso una possibile chiave di lettura del futuro ce la dà proprio l’esperimento messo in campo dalla DigitalGlobe nella ricerca dell’aereo scomparso. Nella rete a venire gli utenti potrebbero trasformarsi in manodopera a costo zero stimolata dall’interazione e attratta dalla possibilità (remota) di raggiungere la notorietà per un merito acquisito. Oggi l’utente che riuscisse a rintracciare l’informazione risolutiva sul caso del Boeing della Malaysian Airlines, attraverso lo scandaglio di un pezzo di mare su tomnod.com, godrebbe di un’intensa quanto fugace celebrità globale.

Toccando le corde del narcisismo e della vanità quindi, gli utenti del web potrebbero un giorno essere stimolati a svolgere i compiti lavorativi più svariati. Ne conseguirebbe la fondazione di una nuova classe di lavoratori, sottopagata e non specializzata (se non addirittura inconsapevole) in grado di supportare nuove forme avanzate di capitalismo sfrenato. Si tratta, com’è facile intuire, di qualcosa che, in parte, è già realtà: pensiamo a come i social network sfruttano le informazioni personali, anche quelle teoricamente protette dal diritto alla privacy, per gli studi di mercato. Oggi, esprimendo con un “mi piace” un giudizio di qualità su qualcosa, non forniamo solo un’informazione, svolgiamo inconsapevolmente un lavoro per conto di qualcun altro, siamo allo stesso tempo la manodopera, il prodotto e l’informazione. E tutto ciò all’unico scopo di autogratificarci.

Un grande studioso del narcisismo come Christopher Lasch, che tra gli anni Settanta e Ottanta fu un punto di riferimento per le sinistre mondiali, sosteneva che per il narcisista il mondo è uno specchio. Sarebbe interessante domandare a quei 2,3 milioni di persone impegnate nelle ricerche del Boeing scomparso se nello specchio di mare che gli è stato assegnato dal software stanno cercando davvero i frammenti di una carlinga o, piuttosto, una parte fondamentale di se stessi.