Sono passati ormai sei mesi dalle stragi di Lampedusa del 3 e 11 ottobre. Morirono oltre 600 persone – eritrei e siriani – e si disse: “mai più”. Ma nel Mediterraneo si continua a morire. Negli ultimi giorni si contano almeno 15 vittime, quasi tutte nel tratto di mare tra la Turchia e la Grecia, una nel Canale di Sicilia. L’Italia ha messo in campo l’operazione “Mare Nostrum”, sforzo lodevole ma non sufficiente e non idoneo: le unità navali della Marina Militare che pattugliano il Mediterraneo non sono la soluzione.

Le cronache di queste ore ci raccontano di migliaia di persone soccorse, ma l’arida contabilità alla fine ci dirà che sono di più, sempre di più: sarebbero tante le barche cariche di migranti pronte a lasciare i porti della Libia per far rotta su Lampedusa, sull’Italia, sull’Europa. Moltissimi sono i siriani in fuga dal terzo anno di guerra che ha devastato il loro Paese. L’ultimo barcone strapieno di profughi – a bordo erano in 270 – è stato soccorso dieci miglia a sud-est di Lampedusa dalle motovedette della Capitaneria di Porto.

Presto torneremo a sentir parlare di “emergenza”, nonostante la stagionalità degli sbarchi sia ormai ordinaria amministrazione almeno da dieci anni a questa parte. Una ordinarietà che ci trova impreparati su di un punto fondamentale per un Paese civile, quello dell’accoglienza. Il centro di accoglienza di Lampedusa, vuoto da dicembre, è tuttora in fase di ristrutturazione e di fatto non utilizzabile. I migranti sbarcati in Sicilia vengono accolti in strutture temporanee spesso inadeguate e con una capienza insufficiente.

Il fenomeno dell’immigrazione via mare non è una emergenza. Lo diciamo da sempre e lo ribadiamo: occorre prendere atto e mettere in campo – davvero – una task foce umanitaria capace di accogliere e salvare le vite umane, senza se e senza ma.

Non si può pensare di impedire alla persone di fuggire dalle guerre o dalle dittature e di cercare un futuro migliore per decreto, con un tratto di penna o pattugliando il mare con le navi militari. Il flusso di profughi e di migranti va regolato con provvedimenti a lungo termine che devono necessariamente coinvolgere l’Europa e contemplare la possibilità per il potenziale richiedente asilo di avere assistenza già nei Paesi di provenienza o di transito attraverso le Ambasciate degli Stati di destinazione.

L’unica emergenza è salvare vite umane e impedire che i migranti siano ancora costretti ad attraversare il Mediterraneo a bordo di barconi della speranza che spesso diventano barconi della morte, alimentando il giro di affare dei mercanti di esseri umani.