In un Paese che di veleni e misteri ne ha visti passare tanti (che sia finita qui non ci crede nessuno…) ricordare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è ricordare la tragedia di molte persone (i morti e i sopravvissuti: la famiglia, certo, ma anche i tanti che ne hanno – semplicemente – pianto) e la vergogna di verità che mani oscure ancor oggi hanno ogni interesse a celare.

Sulla morte di Ilaria e Miran abbiamo letto tanto, con sospetti di ogni tipo (pescherecci che trasportavano forse armi, forse droga, forse entrambi; scoperte misteriose su quel che davvero è successo in Somalia con i “nostri” veleni che sarebbero stati smaltiti laggiù…) e, di fatto, nessuna certezza. Perché?

Perché la mano oscura si leva ogni volta che sorge un barlume di speranza? Basta una dichiarazione della Presidente della Camera, On. Boldrini, che vuol rimuovere un pezzetto della cortina che avvolge misteri e veleni che le acque diventano ancor più torbide. E’ bastato che, a seguito di quella decisione, Greenpeace chiedesse di farla finita anche con i misteri delle “navi dei veleni”: roba vecchia, tra l’altro. Giusto per sapere, per capire. Molti dei reati del resto sono ormai prescritti… ma niente da fare. E’ bastato così poco a far ricominciare la danza dei troppi veli. Troppo zelanti funzionari della Camera decidono le “parole chiave” con cui tirar fuori le carte (ne hanno scritto sul Manifesto Tornago e Palladino) e ci vien detto che si tratta di ben 152 documenti a nostra disposizione (forse).

Ma eccolo qui in allegato un estratto degli archivi parlamentari – datato al settembre 2012 – che riporta l’elenco (di almeno parte) dei documenti in questione. Non è difficile risalire a quelli riservati: sono circa 750 (a questo link) e appunto nemmeno sappiamo se sono tutti. La rassegna dei soli titoli è un compendio di storia patria ben noto ai più: oltre un centinaio di documenti riguardano esplicitamente il ruolo del faccendiere Giorgio Comerio e dell’ODM (Oceanic Disposal Mangment), una settantina si riferiscono in modo più generale ai traffici di rifiuti tossici e radioattivi. Ce ne sono oltre un centinaio sulle cosiddette “navi a perdere”. E una sessantina riguardano la Somalia.

Già. La Somalia. Dove due giornalisti (ovviamente senza padrone e protezione) si sono avventurati oltre il limite delle conoscenze a noi comuni mortali concesse. Forse, fermare queste mani oscure è una di quelle poche cose che servono davvero per cambiare verso a un Paese che – oggi – non può sapere, ma non vuol dimenticare. Che continua a pensare che fare chiarezza su questo passato velenoso è indispensabile per costruire un futuro diverso.