Il futuro è il presente di domani. Anzi, comincia oggi. Quando finirete questo articolo, se non lo pianterete a metà, sarà già futuro. A volte, però, viene il dubbio che il male dell’Italia, la radice di ogni difficoltà stia proprio qui: nella mancanza di senso del futuro. Non ce ne rendiamo nemmeno più conto anche se i giornali quotidianamente ce lo sbattono sotto gli occhi. Prendete il Corriere della Sera di sabato: nella Terra dei Fuochi, si racconta, il veleno raggiungerà le falde acquifere profonde, ma nel 2060. Immediatamente sentiamo la tragedia allontanarsi da noi, sollevati. Riguarda un altro tempo, altri uomini. È come se non esistesse più.

E le alluvioni che si ripetono ogni anno? L’indignazione si asciuga prima della pioggia e subito si riprende a costruire, ignorando i danni e le morti del futuro. Non importa che possa essere vicino. Ormai per noi esiste soltanto il presente. Un atteggiamento che contrabbandiamo per concretezza, il pragmatismo berlusconiano, ma è il contrario: miopia. Se vent’anni fa avessimo guardato lontano (come hanno fatto, per dire, i tedeschi della riunificazione), quanto staremmo meglio oggi!

Eppure la scena si ripete: ieri abbiamo scelto Berlusconi che ci prometteva un presente radioso. Oggi c’è Renzi. No, non diciamo che siano la stessa cosa. Ma un filo rosso li lega, soprattutto lega il nostro atteggiamento nei loro confronti: la richiesta di una soluzione immediata. E basta. Senza nessun riguardo per il futuro. Chi era Berlusconi? Non ce lo chiedevamo, e i risultati si sono visti. Chi è davvero Renzi? Nessuno lo sa. Nemmeno lui si sforza di dircelo, visto che non ci importa più di tanto. Non ci interessa davvero in che cosa creda (e in che cosa crediamo noi, forse). Non pretendiamo di capire le prospettive di fondo che sono garanzia per il futuro.

Vogliamo che faccia, che almeno annunci, qualcosa. Subito. Del doman non v’è certezza, anche se consegniamo un testimone molto pesante a chi ci seguirà. Egoismo? No, forse siamo soprattutto contraddittori. Facciamo sacrifici per portare i figli in vacanza sul Mar Rosso e poi lasciamo loro in eredità città con il mare sporco e le colline che si sgretolano. Forse qualcuno dirà che questo nostro rapporto distorto con il tempo, questa rinuncia al futuro dipendono da un passato troppo grande, ingombrante. Chissà, in fondo non importa. Il paradosso resta irrisolto: chiedevamo a Berlusconi e oggi a Renzi di farci sperare. A prescindere. Ma questa azione, per definizione rivolta in avanti, senza una prospettiva, senza un futuro, che senso ha? Renzo Piano ci indica la strada opposta: dedichiamo alle periferie i prossimi trent’anni. Un progetto, che già nel nome è una proiezione nel futuro.

Il Fatto del Lunedì, 17 marzo 2014