Un luogo fisico, un edificio, che si trasforma in uno spazio politico per non delegare la rappresentanza di sé ad altri. È la lunga battaglia condotta tra gli anni ’70 e ’80 dal movimento femminista italiano per creare le case delle donne. A riportare alla luce il tema è Antonia Cosentino, aspirante giornalista catanese, nel suo volume Al posto della dote (Villaggio Maori edizioni, 130 pagine, 13 euro). Un lavoro nato dalla tesi di laurea triennale e cresciuto attraverso 13 interviste – e molte immagini, alcune inedite – che ricostruiscono la storia della lotta di vari gruppi di donne sparsi per il Paese. Secondo i principi femministi, la casa delle donne è un locale nel quale radicarsi, realizzare centri di documentazione e dare assistenza. Ma non solo.

“Ottenere quello spazio avrebbe significato essere riconosciute come soggetto politico”, spiega Cosentino. Non solo fornire aiuto a donne maltrattate ma “creare un luogo politico per non delegare più la propria rappresentanza a nessuno”. Un atto rivoluzionario proprio a partire dalla denominazione: “Perché si scardina completamente il significato che la parola ‘casa’ può evocare se associato alla figura femminile”. Dal luogo nel quale rinchiudere qualsiasi aspettativa di autonomia si passa all’emancipazione, rafforzata dall’unione con altre donne. Sono cinque le città prese in esame nel volume (Milano, Bologna, Pisa, Roma e Catania), “una ricerca storica, ma che ha risvolti nell’attualità”, continua Cosentino. L’autrice ha scelto di partire da Milano, dove “la casa inaugurata l’8 marzo scorso grazie alla collaborazione con l’amministrazione di Giuliano Pisapia“.

Una dinamica inversa rispetto a quella instauratasi negli anni ’80, con le donne in piazza a chiedere gli spazi e le controparti ufficiali restie a prestarsi al dialogo. “La questione milanese è importante anche perché attualizza il dubbio: è ancora utile? La risposta che mi sono data è che dove questi spazi esistono le donne hanno fatto percorsi più duraturi come gruppi e nelle battaglie che hanno portato avanti. E quindi hanno prodotto dei benefici anche per la società”, commenta. Ma riuscire nell’impresa, laddove è stato possibile, è stato molto duro. Cosentino, attraverso le testimonianze delle protagoniste, racconta il compromesso tra femministe e la Provincia a Pisa, le due lunghissime occupazioni romane, il dialogo tra le donne bolognesi e il Comune.

A Catania, l’unica città esaminata nella quale il movimento non ha avuto successo, si trattava di “una richiesta lontanissima dalla visione di un’amministrazione di Democrazia cristiana degli anni ’80”. Un’istanza che forse oggi non sarebbe primaria: “Qui sento più importante il bisogno di attivare i bilanci di genere o i corsi nelle scuole e all’università. Ma quella dello spazio è una richiesta comunque funzionale alle altre”, precisa l’autrice catanese. Anche perché si tratta di un problema con il quale la stessa Cosentino ha dovuto fare i conti. Iniziato il lavoro sulla sua tesi, inaspettatamente si è appassionata sempre più ai temi affrontati fino a sentire l’esigenza di trovare qualcuno con cui condividere il percorso iniziato.

“Ho dovuto cercare uno spazio nel quale collocarmi”, fino a trovarlo in un gruppo, Le voltapagina, che ha contribuito a fondare. Un’esperienza che “mi ha fatto diventare indirettamente protagonista del processo”, afferma con decisione. E che le ha fatto sorgere qualche dubbio sull’imparzialità di quanto intrapreso prima a livello accademico e, sei anni dopo, con il volume da poco pubblicato. “Credo sia impossibile per una donna scrivere la storia delle donne senza in qualche modo diventarne protagonista”. Per Cosentino “c’è un rapporto empatico del tutto singolare; se lo facesse un uomo non sarebbe lo stesso – prosegue – Io non sono uscita immune da questa ricerca. Si trattano temi che sono inevitabilmente parte della nostra soggettività”. Battaglie che le femministe che le hanno vissute temono di vedere cancellate. “La società dà per assodate molte conquiste, come la legge sull’aborto, e non si occupa molto di difenderle”. Per questo motivo diventa importante contribuire a scrivere una storia poco raccontata, sostiene. “Mi sembrava importante non perdere le loro parole, dimostrare che in casi nei quali non è stata realizzata la casa delle donne c’è stata sicuramente una perdita per la collettività”. “Questa adesso è la mia storia – conclude Cosentino – Do a questo libro anche un valore politico: non disperdere la speranza e l’impegno profuso da quante mi hanno preceduta”.

di Carmen Valisano