Non c’è niente di male a fare pubblicità, figuriamoci. Senza, buona parte del mondo del giornalismo e dello spettacolo crollerebbe come un castello di carte. Ma tu, Pif, perché l’hai fatto?

Piefrancesco Diliberto, in arte Pif, dopo averci deliziato alle Iene, a Mtv con Il testimone, esordito con un ottimo film come La mafia uccide solo d’estate, è andato all’incasso, prima con Sanremo, ora passando da testimone a testimonial della Telecom Italia. Dopo Chiara Galeazzo, Pif. Un microfono vuoto in un campo di calcio, lui che parla con un fare stralunato e simpatico, ormai già di maniera neanche fosse Jim Carrey, un testo che dice “Noi italiani abbiamo un sacco di passioni, e ogni giorno ce n’è una nuova. La Tim, conoscendo la mia spiccata curiosità, mi ha chiesto: Pif, perché non vai in giro per il paese a scoprire come i telefonini, i tablet, i computer, Internet stanno cambiando queste passioni? E io ho detto ma certo, Tim, che problema c’è?”

E’ stato un colpo al cuore. Paolo Sorrentino ha realizzato uno spot magnificando l’idea di bellezza e promuovendo la nuova 500, dunque usando i propri stilemi estetici per una pubblicità. Scelte. Per Pif è diverso. E’ un attore, si dice. Ma non è come se l’avesse fatto Tom Hanks dopo Forrest Gump. Hanks non raccontava la sua vita, non metteva in scena il proprio corpo alle prese con le difficoltà di crescere in una Sicilia corrotta dalla mafia, non concludeva il film con la commovente scena del padre che porta suo figlio lungo le lapidi dei morti ammazzati di mafia, per trascinarci con il sentimento a non dimenticare l’orrore e credere in un mondo migliore. Pif non è un giornalista, si dice, e quindi non ha il divieto di far pubblicità. Ma se mette in scena se stesso nel film (e in tutti i prodotti televisivi che lo caratterizzano), quando poi diventa un testimonial, è inevitabile che quella soggettività venga messa in discussione. Dylan per fare una pubblicità ha aspettato decenni. Beppe Grillo non può esagerare con la pubblicità sul suo blog. Ce lo vedete Michael Moore a far la pubblicità di Armani taglie forti?

Viene in mente il solito ritornello italiano cantato da Alberto Arbasino: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di ‘brillante promessa’ a quella di ‘solito stronzo’. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di ‘venerato maestro'”. Mia figlia, nove anni, mentre scrivo mi ha detto “Non scrivere di pubblicità, papà!”, “Perché?”, “Perché la pubblicità non dice la verità”. Ecco questo lo sanno tutti, e se fai un film che parla della verità, forse non puoi tuffarti in quel linguaggio con tutto il tuo corpo. A meno che tu non facessi finta e in realtà della mafia non te ne fregasse nulla. Fermati, Pif, sei ancora in tempo.