Abbiamo osservato come l’ascesa di Renzi, nel firmamento della politica nostrana, abbia rappresentato il contrappasso dell’eclissi della compagine che proveniva attraverso le numerose svolte e cambi di ragione sociale, dal ceppo comunista. I successori di Berlinguer, Natta, Ingrao, Tortorella hanno capitolato, dopo le innumerevoli disfatte delle loro alchemiche strategie, di fronte al passar del tempo ed all’affermazione, contro se stessi, delle “culture”, si fa per dire che avevano evocato come apprendisti stregoni: il partito del leader che sa parlare direttamente alle masse, l’uomo-prodotto mediatico per eccellenza, erede improprio del berlusconismo che attraverso una guerra-lampo, fa saltare il banco e prende tutta la posta: partito e governo.

Tutto ciò che vediamo scorrere davanti ai teleschermi, non racconta però di quel che succede nelle periferie dei territori, dove il Pd è alle prese con le conseguenze del terremoto toscano. Anche nelle roccaforti rosse, un tempo invalicabili muraglie del grande partito, il renzismo si diffonde come un virus letale che corrode e smaglia, quel forte tessuto politico sociale unitario che rappresentava, l’inossidabile armatura di un potere invalicabile. La guerra si sviluppa all’interno e vede contrapporsi le armate sempre più indebolite della vecchia nomenclatura, che magari non è nemmeno in tanti casi ottuagenaria, all’avanzare dei contendenti, per la conquista di uno scranno da sindaco. Si accendono cosi furibonde battaglie, dalle parti del fiume Secchia, come a Modena dove il mite assessore regionale Muzzarelli, vincitore ai punti delle primarie, viene accusato di brogli dalla rivale, seconda arrivata per meno di mille voti; un putiferio con strascichi perfino legali. Lo stesso succede a Castel san Pietro dove il perdente delle primarie, il non proprio nuovissimo Graziano Prantoni, già sindaco di quel comune e assessore provinciale, minaccia di fare una sua lista. In ogni luogo dove si rinnovano le istituzioni, si accende una battaglia che divide il partito, crea o sancisce il formarsi di cartelli, lobbies con l’uso di mezzi mediatici e non solo, sempre più spregiudicati. Era questo l’obiettivo dei rinnovatori? La politica italiana vive una stagione molto difficile e questa crisi sta squassando imprese, famiglie, lavoratori giovani e anziani.

Non mi sembra la miglior risposta che sinistra poteva dare, quella che si profila, attraverso i cambiamenti in atto: l’unto del Signore c’ha portato al disastro e non ci salviamo con la moltiplicazione degli untorelli in ogni dove. Occorre che le forze responsabili che ancora ci sono, non stiano alla finestra a guardare, ci vuole un risveglio di coscienza politica e civile. Quest’anno corre il trentesimo anno dalla morte di Berlinguer e tutti corrono a rievocarlo, anche l’immarcescibile Veltroni che a suo tempo confessò spudoratamente di non essere mai stato comunista, facciamo che non sia una passerella per gente in cerca di riabilitazioni: la questione morale, era una fortissima critica al capitalismo, alla degenerazione dei partiti e all’occupazione indebita dello Stato. E’ venuto il momento di ricostruire una sinistra degna del nome che si batta per un progetto di cambiamento di questa societa’ sempre piu’ ingiusta. Ce la si può fare se si riparte con modestia e coerenza dai principi cui una sinistra non può abdicare: onestà personale, solidarietà, rispetto delle regole, tensione morale e sete di giustizia.