M’imbatto in questa frase che Jane Austen scrisse alla nipote: “Io lavoro con un pennello sottilissimo su un pezzettino d’avorio, producendo poco effetto dopo moltissima fatica”. La leggo più volte, cercando di capire perché questa osservazione mi risuoni con tanto fragore. Alla fine comprendo che la Austen è riuscita a dirmi con precisione ciò che io penso debba essere la letteratura: un pezzettino d’avorio di poco effetto lavorato con molta fatica. Allora inizio a percepire pure una specie di insofferenza che mi muove sulla sedia. Così mi concentro sulle tre parole da cui proviene la smania: lavoro, fatica, effetto: alcuni dei nodi più problematici del fare e leggere letteratura.

La questione della scrittura intesa come lavoro è una delle più spinose, sia in termini culturali che economici. In Italia, a meno che non si è un autore di best-seller, non si riesce a campare con i proventi dei propri libri. E se un tempo ci si arrangiava con gli indotti, adesso non più. A causa di una crisi sia economica che per una molto più profonda, legata all’atteggiamento che il Paese ha nei confronti dei mestieri culturali. Che la cultura debba generare profitto, pare sia una bestemmia; al contrario, un paese che non investe sulle proprie risorse culturali è destinato a un suicidio lento, pieno di agonie. Se nella percezione di una nazione è lecito che gli scrittori producano senza guadagnare un compenso, a un certo punto sono gli scrittori stessi a generare uno scellerato meccanismo di sopravvivenza che li costringe a non chiedere retribuzioni e a restare in qualche modo a galla. Ma che anche Svevo fosse impiegato in una ditta di vernici e che solo pochi scrittori vivano di sola scrittura, è risaputo da sempre.

Ciò che è diventato pericoloso, però, è il fatto che la parola lavoro si sia affiancata alle altre due: come se la fatica del lavoro non retribuito fosse diventata la scusa per ricorrere all’effetto, e quindi per scrivere (e leggere) con meno fatica. Lasciando da parte le classifiche (che generano mostri e che influenzano le scelte dei lettori proprio come qualsiasi sondaggio), mi pare che ovunque ci sia un abbrutimento della percezione letteraria, intesa come il prezioso cammeo d’avorio di cui parla la Austen. Lo spiega bene il premio Nobel per la letteratura del 2010, Mario Vargas Llosa, con uno spietato pamphlet edito da Einaudi, tradotto da Federica Niola: La civiltà dello spettacolo; in cui mostra perché la cultura è sul punto di scomparire del tutto. A un certo punto del testo, lui scrive: “Il valore della cultura contemporanea è fissato dal mercato: ciò che ha successo e si vende è buono, e ciò che fa fiasco e non conquista il pubblico è cattivo”. Jane Austen l’aveva già capito. Ma perché la Austen sopravvive ancora nelle nostre librerie, e continuiamo a leggerla rapiti? Perché lei aveva scelto la fatica all’effetto. Cosa che moltissimi scrittori e lettori, oggi, non sono disposti più a fare. Sento e leggo in giro esperienze di diversi autori a cui spesso viene rifiutato un libro perché è di poco effetto, interlocutorio, di poca presa sul lettore. E di scrittori che, abbassando la testa, dirottano la penna sull’effetto: il lavoro minuzioso e lento della scrittura, diventa una stilettata di accetta che sanguina sulla pagina – una presa sicura per il lettore distratto. In questo trittico lessicale che stritola tutti, lettore e scrittore sono protagonisti con le stesse responsabilità, nello stesso tempo causa ed effetto della perversione: lo scrittore – che si piega, che cede, che ha rinunciato alla fatica; il lettore – che ha smesso di partecipare attivamente alla lettura, cedendo alla faciloneria di ciò che gli viene proposto.

Ma chi è nato prima, lo scrittore o il lettore? Non se ne esce; di certo, in mezzo, c’è chi ci guadagna e chi perde. A perderci, di sicuro, siamo noi: è la nostra umanità di cittadini, di individui, di uomini e donne.