Con le riflessioni che Bruno Tinti pubblica su il Fatto Quotidiano mi trovo sempre d’accordo. Così, sono rimasta spiazzata dal suo “pezzo” del 14 marzo intitolato Il terreno scivoloso delle quote rosa: sono tanto d’accordo con lui quanto in disaccordo. Provo a spiegare perché.

Sono contraria alle pari opportunità e soprattutto alle quote di genere. Sono degli escamotages pseudo-politically correct, che non rimuovono le disuguaglianze perché non ne aggrediscono le cause, ma si limitano a porre un po’ di cipria sugli esiti a valle. Inoltre essere donna non è una proprietà metafisica del soggetto-donna, che implichi automaticamente il possesso di qualità e virtù, utili per trascendere magicamente i limiti e magari le nefandezze del o dei gruppi a cui storicamente appartiene. Né, altrettanto magicamente, le donne sono portatrici di giustizia, libertà, saggezza, equanimità e neppure di… tenerezza. Infine, e qui vado anche oltre le pur giuste critiche di Tinti, quote di genere e pari opportunità derivano da e favoriscono lo sviluppo di quel femminismo rivendicazionista, aggressivo e vittimista al tempo stesso, che si riassume nel programma politico: “Levati di lì, ché ci voglio stare io”. Dal quale non solo mi sento molto lontana, ma che considero dannoso.

Capisco inoltre che la sensibilità giuridica di Tinti lo induca a respingere un programma d’azione che per rimuovere una diseguaglianza crea un privilegio: e anche su questo sono d’accordo con lui.

Dove le nostre opinioni divergono è quando Tinti mette in dubbio che esista una “situazione di disuguaglianza che dev’essere sanata”. E’ vero che non esistono praticamente più in Italia ostacoli giuridici a un pieno inserimento delle donne nella società. Dal punto di vista legislativo, siamo all’incirca alla pari con gli uomini. Tuttavia… che corrispondenza c’è tra il dettato della legge e le pratiche concrete? E non è vero, mi perdoni Tinti, che le valutazioni in proposito sono solo sensazioni fondate sulle varie sensibilità personali. Esistono statistiche del tutto attendibili che documentano come le disuguaglianze non siano o almeno non sempre distribuite a caso tra le persone, ma esista in molti campi una concentrazione delle donne nelle posizioni più sfavorite. E complementarmente e ad onta delle leggi, la percentuale di donne presenti si assottiglia progressivamente man mano che si sale verso i vertici delle carriere sia pubbliche che nel privato. Non voglio appesantire questa breve nota, ma sono a disposizione per chiunque sia interessato alle cifre.

Voglio invece richiamare l’attenzione di un fine analista, come Tinti è, su un altro ambito – di differenze più che di disuguaglianze.

Tinti avrà notato che nelle gare di insulti in cui il mondo politico italiano si è recentemente prodotto dentro e fuori le aule del Parlamento, gli insulti a contenuto sessuale sono riservati alle donne. Agli uomini si dice venduto, ladro, opportunista, disfattista, traditore, ignorante, fascista, comunista ecc.; alle donne si dicono apprezzamenti sulle loro qualità anatomiche e sulle loro attività sessuali; si stabiliscono relazioni tra le suddette attività sessuali e le loro carriere politiche; infine si descrivono, con ricchezza di particolari, le pratiche che si intenderebbe svolgere con le, anzi sulle, malcapitate signore.

Infine, dei tre insulti a contenuto sessuale più frequentemente usati nei confronti degli uomini, due , “Va’ a fa’ ‘n…” e varianti e “frocio” alludono a una disponibilità maschile ad assumere comportamenti femminili; e l’altro, “cornuto”, implica che l’uomo sia tanto scemo da farsi ingannare e dunque ridicolizzare da una donna. Insulti sessuali direttamente o indirettamente rivolti alle donne sono presenti in tutta la società: basta osservare le liti tra automobilisti o tra persone in fila all’ufficio postale o per conquistarsi un posto su una spiaggia o per ottenere un caffè in un bar affollato; o ascoltare le liti coniugali attraverso le fragili pareti dei nostri condomini. Non sono risparmiate neppure le donne evidentemente anziane. E suggerisco di andare a navigare un po’ in rete o di seguire alcuni spettacoli sulle tv commerciali, per avere la conferma che si tratta di un fenomeno generalizzato. Inoltre, a quanto sembra, l’insulto a contenuto sessuale riservato alle donne è comune in molti paesi.

Questa caratterizzazione sessuata degli in insulti apparirà forse non molto rilevante in sé, un dato folklorico o un luogo comune da commedia-panettone. Come antropologa, credo invece che essa sia assai significativa. Credo che sia la spia una concezione maschile delle donne e del sesso, tanto diffusa nella nostra società, quanto così profondamente radicata da non essere più neppure vissuta consapevolmente. Uccisioni di donne ad opera dei loro compagni, prostituzione minorile quasi alla porta accanto, tratta, stalking e simili, richiamano la nostra attenzione: ma, orribili o solo disdicevoli, ciascuno evento è considerato spiegabile (o inspiegabile), come fatto a sé. Personalmente ritengo invece che essi siano alcuni degli effetti di quella disuguaglianza culturalmente fondata e universalmente condivisa a cui accennavo. Lo spazio non mi permette di sviluppare fino in fondo l’analisi di questa concezione maschile delle donne e del sesso. Ma spero di tornarci, non senza aver prima ascoltato i vostri commenti.