Sensibilizzare per comprendere, “conoscere per prevenire e proteggere”. Le parole chiave delle prime Linee guida realizzate in Italia in materia di contrasto ai matrimoni forzati, riassumono quello che si potrebbe definire un gap italiano. La mancanza, cioè, di un quadro legislativo utile a contrastare un fenomeno che globalmente conta 14 milioni di vittime: ragazze per lo più, spesso minorenni, che vengono costrette dalle famiglie a un matrimonio combinato sotto la minaccia di violenze, ricatti e pressioni fisiche o psicologiche. A presentarle a Bologna è stata l’associazione Trama di Terre, fondata nel 1997 a Imola da un gruppo di donne italiane e straniere “coscienti che spesso per le migranti la lotta per l’accesso alle risorse materiali e simboliche le pone in una condizione di vulnerabilità”.

“In Italia – spiega Barbara Spinelli, consulente legale del Centro antiviolenza di Trama di Terre – i matrimoni forzati non rientrano nemmeno nel Piano Nazionale Antiviolenza, il che di fatto esclude le associazioni che si occupano di questo problema dalla possibilità di ricevere fondi. Eppure il fenomeno esiste, e riguarda migliaia di ragazze in tutto il paese”. Dire quanti siano i casi di matrimoni forzati nel nostro Paese è difficile, non ci sono rilevazioni statistiche e spesso nemmeno denunce, tuttavia non è raro leggere di episodi di violenze perpetrate ai danni di minori restie a sposarsi, e persino di delitti d’onore compiuti per cancellare l’onta di una relazione non approvata dalla famiglia. Come è accaduto a Hina Saleem, sgozzata e sepolta nell’orto di casa, a Brescia, o a Sanaa Dafani, accoltellata a morte dal padre in un bosco mentre era in compagnia del fidanzato italiano, a Pordenone.

“Per proteggere le ragazze che chiedono aiuto – racconta Tiziana Dal Pra, Presidente di Trama di Terre, che ha gestito il primo rifugio in Italia per le donne scappate da matrimoni forzati – e in mancanza di adeguati strumenti istituzionali, è stato necessario partire da zero: costruire, cioè, una rete di assistenza lavorando a stretto contatto con assistenti sociali, operatori di comunità e forze dell’ordine. Una rete fatta di case sicure dove nascondere le giovani che decidono di lasciare la famiglia, di nuove identità, di medicinali, supporto psicologico. Da quell’esperienza, il progetto ‘Contrasto ai matrimoni forzati nella provincia di Bologna’, avviato con Action Aid e Fondazione Vodafone in seguito a un’indagine condotta nel 2009 in Emilia Romagna con i fondi del ministero per le Politiche Giovanili, abbiamo ricavato delle Linee guida che speriamo possano contribuire alla costruzione di un’organizzazione ancor più capillare sul territorio, perché troppo spesso la riuscita di interventi nei percorsi di protezione è determinata solamente dall’incrocio casuale di competenza, buon senso e spirito di collaborazione tra persone sensibili”.

Un punto dove partire per prevenire e contrastare il fenomeno, spiega Dal Pra, è la scuola. “Molte volte le segnalazioni di matrimoni imposti avvengono a scuola, attraverso confidenze fatte a insegnanti o ad amiche a cui viene chiesto di fare da portavoce. Ma spesso succede anche che le giovani ‘promesse’ smettano di frequentare le lezioni per presunti ‘problemi famigliari’, che mostrino segni di malessere quali improvvisi cali di rendimento scolastico, tristezza immotivata, fino all’autolesionismo. Per prima cosa è importante sapere come parlare con loro”.

Le linee guida tracciano quindi un percorso di assistenza che va dal colloquio alla presa in carico della giovane, dalla costruzione di una rete di protezione che coinvolga servizi sociali, scuola, centro antiviolenza, forze di polizia e magistratura, fino alla realizzazione di un nuovo progetto di vita. Il risultato di un’operazione ben concertata lo racconta Shirine, una delle giovani donne aiutate da Trama di Terre, nata in Italia da genitori indiani che a 17 anni decisero di farle sposare il cugino di primo grado. Shirine, quindi, nel 2012 fuggì di casa, e per diversi mesi visse in un rifugio sicuro. “Non sono ancora riuscita ad avere vita migliore – raccontava a pochi mesi dalla fuga – ma sono felice perché mi sono salvata. Sono libera”.

Le Shirine in Italia sono molte, spiega l’associazione di Imola, che conta un centro antiviolenza, corsi di italiano e un osservatorio sull’immigrazione, “i matrimoni forzati trovano ancora legittimazione culturale e giuridica presso vari popoli e nazioni, e questo rende difficile alle giovani donne sottrarsi a tali pratiche anche in contesti di migrazione, complice il legame affettivo con la propria famiglia”. “In Italia – sottolinea Spinelli – bisogna fare i conti con un vuoto legislativo, e in assenza di norme specifiche si adottano le disposizioni generali, che vietano il matrimonio fra minori salvo autorizzazione del tribunale. Ma spesso tali unioni sono celebrate all’estero, e di fatto intrappolano la ragazza in una vita di maltrattamenti famigliari”.

Non bastano, quindi, le sole associazioni a gestire un fenomeno che annualmente costa la vita a migliaia di ragazze, spesso minorenni, precisa Trama di Terre: “Anche lo Stato deve mobilitarsi per prevenire i matrimoni forzati e per proteggere le vittime di questa pratica”. “E la priorità – sottolinea Spinelli – è che questa fattispecie sia inserita nel Piano Nazionale Antiviolenza. Sensibilizzare e formare personale con competenze specifiche può salvare la vita a molte giovani donne”.