Una Tempesta che vibra. Come l’applauso meritato a Valerio Binasco che ha saputo tradurla, allestirla e farla “vivere” nella sua essenza. In scena al Teatro Vascello di Roma (fino a domani), lo spettacolo ha compensato la deludente esperienza vissuta con Romeo e Giulietta che il regista/attore aveva messo in scena nel 2011 con un’enfasi e alcune sovrastrutture non del tutto riuscite. Con La Tempesta sembra di assistere a un punto a capo nell’incontro tra Binasco e Shakespeare, che egli definisce “il miglior amico dell’umanità”. Ed anche senza manifesti strillati, è chiaro che il Bardo sia il grande ispiratore del regista, tanto da formarci una compagnia “a suo nome”, la Popular Shakespeare Kompany, con cui oltre alle piéce citate, ha allestito Il mercante di Venezia.

Due tragedie e uno dei romances più “affascinanti e misteriosi” scespiriani a sfidare “i tempi bui che stiamo vivendo. Stiamo ricreando i grandi classici con pochi soldi”. Questa, in sintesi, la scommessa della sua Popular Shakespeare Kompany, ottimamente assortita. A differenza dunque di Romeo e Giulietta, La Tempesta appare come il trionfo di un ottimo tra i tanti minimalismi possibili applicati all’opera del drammaturgo inglese: corpi, suoni e oggetti sono esclusivamente a servizio della parola vissuta, immersi nella testualità magica dell’ultimo Shakespeare, visibilmente trasfigurati dall’incontro “fisico” con l’eternità di un’Arte che altrimenti non sarebbe tale.

In questo senso, Binasco ne La Tempesta – in cui ha il doppio ruolo di regista e del protagonista Prospero – sembra aver fatto proprio uno dei grandi miracoli prodotti dal Bardo: il sapore della “libertà-segreta” offerta dai suoi testi, che si manifesta apertamente solo a chi la cerca nella Verità. Non si può sovrapporsi a Shakespeare, bisogna solo “ascoltarlo”, altrimenti si creano aberrazioni. L’esempio in positivo arriva da una delle trovate più originali, cioè la forgiatura di un Ariel surrealista davvero totalmente altro rispetto ad ogni precedente, ma centrato nell’essenza scespiriana: Fabrizio Contri è irriconoscibile sotto una bombetta alla Magritte, un cappotto alla Mon Oncle di Jacques Tati, una camminata/gestualità robotiche alla C – 3P8 di Guerre Stellari mista a Rain Man e soprattutto “dentro” a una t-shirt con la S di Superman.