È ormai consuetudine ritenere Matteo Renzi un fenomeno della comunicazione. Lo è, ma solo se lo si paragona a chi lo ha preceduto nel Pd, da Pierluigi Bersani a Enrico Letta. Renzi è più che altro uno scaltro imbonitore, un abile venditore. Lo ha dimostrato anche due giorni fa, quando ha trasformato una conferenza stampa in una televendita degna di Roberto da Crema. A fine piazzata, è venuta a molti la tentazione di acquistare da Renzi un set di pentole a pressione o anche solo un tappeto persiano. A conferma che il talento narrativo di Renzi sia discreto ma non eccelso, sono arrivate le critiche degli esperti di comunicazione come Giovanna Cosenza, che ieri ha dichiarato al Fatto: “Sembrava uno spot di Lidl. Era tutto molto ostentato, esagerato. Sembrava un discorso da meeting aziendale, ma non recente, degli anni ‘ 80”. Ovvero gli anni in cui Renzi è cresciuto. Anni di paninari e di effimero, di Moncler e di Righeira, figure retoriche – non a caso – inamovibili nel suo Pantheon. Il Premier, tra un hashtag e una slide, ha sciorinato il repertorio d’ordinanza: decisionismo, ambizione, arroganza, battutine, promesse e fanfaronate.

La rete lo ha paragonato a Wanna Marchi e Giorgio Mastrota. Conscio del rischio di apparire come un venditore di pentole, Renzi ha sbandierato autoironia (“Venghino signori venghino”) e inseguito la risata facile come un segugio: il “pesce rosso”, “l’auto blu di La Russa”, “non je la famo”, “ça suffit”. E le risposte secche alle domande critiche (“Crede che questo basterà per la ripresa?”, “Sì”), a voler rimarcare che lui è l’uomo della svolta (buona) e gli altri nient’altro che pessimisti che sanno solo odiare. Se la forma è sostanza, Renzi era e resta un venditore di fumo, e neanche fumo di gran qualità. Tutto male, dunque? Così sembra per molti, compreso chi fino a mercoledì pareva venerarlo. È vero che la conferenza stampa metteva imbarazzo, satura com’era di esagerazioni e smargiassate. Il Premier era però così anche prima. È il primo a non ignorare quanto spesso le spari grosse: la differenza tra lui e gli apostoli è che Renzi sa mascherare i bluff mentre le Boschi (disastrosa due giorni fa da Daria Bignardi) non convincono nessuno. Sono anni che Renzi comunica così, alla Leopolda come nei tour elettorali che erano in realtà format curatissimi. Saranno i prossimi mesi a dire se Renzi è un bombarolo: uno spacciatore di promesse, al cui confronto il suo maestro Berlusconi sembra quasi un pusher sfigato di bugie. La novità comunicativa è però innegabile. Renzi non è un campione del messaggio, parla cantilenando e anche la gestualità è sempre più appesantita (come il fisico), ma la cesura stilistica con il passato c’è. I retroscenisti gridano al sacrilegio, i notisti lamentano la rottura del protocollo. Sono gli stessi che, dopo il discorso al Senato, contestarono non il contenuto ma il fatto che il Premier fosse andato a braccio. Renzi comincia a rimanere antipatico a chi crede ancora nella sacralità polverosa del Parlamento, e questo – per lui – è un buon segnale.

Negli ultimi mesi la politica italiana è stata sottoposta a un effetto-trasparenza brutale. Una trasparenza probabilmente di facciata, perché gli accordi si continuano a fare nelle stanze segrete (basta pensare all’Italicum), ma almeno la comunicazione non è più soporifera come prima. più comprensibile e meno per iniziati. Letta avrebbe mellifluamente addormentato la platea, Renzi l’ha fatta ridere (forse più di quanto lui stesso voleva). È meglio? È peggio? È un cambiamento. Una mutazione radicale nella ritualistica comunicativa. Anche in questo Renzi prova a essere più grillino dei grillini: lo fa liberandosi delle auto blu, ma lo fa anche demitizzando la liturgia come cerca di fare il Movimento 5 Stelle (per esempio con gli streaming). Il punto, ora, non è rimpiangere i brodini lettiani perché scandalizzati dai fuochi d’artificio renziani, ma appurare se ai botti seguiranno i fatti. Se dopo le slide arriverà la ripresa. Se il futuro sarà più Blair o Mastrota.

Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2014