Nel 1934 Albert Einstein scrisse: “Una crisi può essere una reale benedizione per ogni persona e per ogni nazione”*. Sarebbe stato un ottimo cappello al report di presentazione dei risultati dell’indagine Altis sull’impatto sociale di Banca Etica nei primi 15 anni di attività, un’analisi statistica pubblicata il 4 marzo scorso e centrata su un questionario somministrato a campione ai soggetti finanziati dall’Istituto padovano. Chiunque abbia avuto modo di relazionarsi con un Istituto di credito da almeno sette anni a questa parte ha conosciuto il significato del termine “credit crunch” ovvero il calo drastico dell’offerta di credito. Benché anche Banca Etica operasse nel fosco scenario internazionale della crisi finanziaria, nel report di Altis scopriamo che dal 1999 ad oggi ha erogato finanziamenti per 1 miliardo e 800 milioni di euro e il “47% dei clienti” beneficiari del credito lo hanno ottenuto “dopo che una o più banche avevano rifiutato di concederlo”. Dal momento che una banca nega il credito quando reputa insufficienti le garanzie fornite dai richiedenti, questo dato ci dice che quasi la metà dei clienti di Banca Etica era stato giudicato dal resto del sistema bancario “non affidabile” in relazione al progetto di finanziamento richiesto. 

Poche pagine più avanti il report ci dice però che per l’82% degli intervistati il finanziamento ottenuto da Banca Etica è stato “condizione necessaria per svolgere l’attività” e che le sofferenze dell’Istituto sono ampiamente “sotto la media degli Istituti di credito italiani” 2,02% contro 7,7%. Incrociando questi dati verrebbe da dire quindi che, avendo consentito l’avviamento di circa 11mila progetti (47% di 23.800 totali finanziati) ritenuti dalle altre banche “non affidabili per ricevere il credito” e avendo ricevuto nel 98% di questi il rispetto delle condizioni contrattuali, Banca Etica ha vinto la sua scommessa fiduciaria rispetto a quegli Istituti che fiducia hanno dimostrato di non averne.

Tuttavia se nel caso di Banca Etica la parola fiducia assume un peso reale, nel caso del resto del sistema bancario parrebbe più giusto parlare di interesse, utile e guadagno. Non è che “manca la fiducia”, è che “manca proprio l’interesse”. “La scienza economica moderna si caratterizza per il fatto di pensare l’economia come processo guidato dagli interessi dei singoli, dei gruppi sociali e degli Stati, indipendentemente da ogni valutazione etica – dice Luis Razeto Migliaro, uno dei massimi esperti di economia solidale al mondo. L’etica viene esclusa dalle analisi economiche, importando soltanto l’utile, il guadagno, e l’efficienza come unico criterio di valutazione dei risultati economici. In questo senso, l’economia solidale integra nella concezione e nella valutazione dei fatti e dei risultati economici, i valori etici fra i quali la giustizia, la responsabilità sociale e la solidarietà. A sua volta la finanza etica introduce nelle decisioni finanziarie questi stessi valori etici della economia solidale e in questo senso possiamo dire che la finanza etica è una componente dell’economia solidale”.

Dopo un secolo e mezzo di teorie economiche centrate sull’interesse, crollato questo c’è rimasta solo l’etica? Partigianamente forse sì, almeno così pare a quel 99% di popolazione escluso dai piani alti del mercato finanziario, tuttavia il nodo dell’interesse e del guadagno chiama in causa l’economia e per qualcuno risulta ancora seriamente difficile riconoscere la possibilità di sintesi tra utilità ed etica solidale.

Ma a questo proposito ci viene in soccorso una storia. L’espressione “economia solidale” nasce in Cile, nel 1981. Il paese viveva da otto anni sotto la dittatura militare guidata da Augusto Pinochet e come effetto involontario delle sue conseguenze sociali ed economiche erano nate alcune organizzazioni popolari, spesso informali, che cercavano vie economiche alternative di sussistenza. Un giorno rappresentanti di gruppi d’acquisto collettivo, associazioni di servizi mutualistici, alcune cooperative e “mense comuni” – ovvero intere vie i cui residenti sceglievano, sempre per necessità, di mangiare insieme – si ritrovarono in una riunione di coordinamento, dove prese avvio un dibattito sulla definizione della loro natura organizzativa.

Da un lato c’era chi affermava il primato della “solidarietà” come centro dell’azione aggregativa cui tutto il resto doveva porsi in riferimento, e dall’altro c’era invece chi reclamava maggiore attenzione per il carattere “economico” di questo organizzarsi: soddisfare necessità di risorse e servizi altrimenti inaccessibili. Il confronto evidenziava un problema etico non da poco: la solidarietà era il fine oppure la conseguenza indiretta di una scelta aggregativa resa indispensabile dalle condizioni economiche?

Come racconta Luis Razeto, presente alla riunione, spazientita per il dilungarsi della disquisizione teorica una signora trovò la sintesi del dibattito esclamando un lapidario: “Noi siamo organizzazioni economiche ed organizzazioni solidali, quindi facciamo economia solidale, fine”.

Per tanti anni ho assistito al dibattere sotterraneo tra chi sosteneva che Banca Etica, pur nella positività dell’esperimento, non favorisse l’economia solidale e chi invece intanto abbracciava l’istituto per avviare le proprie attività anche grazie a suoi servizi finanziari. Se aveva ragione quella signora cilena, il pragmatismo e i dati di Altis ci imporrebbero di dar ragione ai secondi.

Pur tuttavia, come spiega Razeto Migliaro nel suo Come iniziare la creazione di una nuova civiltà, la tensione utopica dell’economia solidale dovrebbe cercare di guidare la finanza etica verso continue sfide in avanti. “Da un punto di vista più largo – conclude Razeto Migliaro – che guarda al progetto di lungo termine della economia solidale nel senso profondo di avviare la creazione di una nuova civiltà, la finanza etica tale come la conosciamo e come si svolge praticamente si presenta ancora troppo legata ai modi di organizzazione e gestione del denaro e delle finanze propri della economia capitalistica. Ma l’analisi di questo, che implica una concezione diversa del denaro e le sue funzioni economiche, va oltre le possibilità di una risposta breve ad una domanda particolare”.