Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”
Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.

Lo sconosciuto che partecipò alla preparazione di via D’Amelio
Spatuzza, detto u tignusu a causa della calvizia, ripercorre la sua storia criminale fino ad addentrarsi nei giorni oscuri che precedettero l’attentato di via Mariano D’Amelio, del 19 luglio 1992. Il filo nero dei ricordi viene riavvolto fino al giorno prima del “botto” in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. E arriva fino a quella figura misteriosa presente nel garage dove la Fiat 126 venne imbottita di esplosivo. “Non era un ragazzo, né un vecchio. Doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra”.

Una figura sparita nel nulla. Un fantasma. Di cui Spatuzza non riesce a ricordare altri particolari. “In questi anni – aggiunge – mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. “Non mi allarmò la presenza di quell’uomo – aggiunge – perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva”. Negli anni gli inquirenti hanno sospettato che il personaggio descritto dal pentito appartenesse ai Servi segreti o fosse l’esperto usato dalla mafia per gli aspetti tecnici dell’attentato. Spatuzza descrive poi il suo ruolo nel furto della 126 e delle targhe da sostituire e nel trasferimento della macchina da Brancaccio al garage nella zona della Fiera di Palermo, a poca distanza da via D’Amelio.

“A Firenze abbiamo sbagliato obiettivo”
Il racconto del pentito fa poi un balzo in avanti, fino a scivolare negli episodi di sangue che scandirono la stagione stragista che nel 93 portò la guerra di Cosa nostra in Continente: a Firenze, Roma e Milano. Spatuzza si sofferma sull’attentato che sventrò il capoluogo toscano e precisa che il commando mafioso sbagliò obiettivo. 
Incalzato dalle domande del pm Di Matteo ricostruisce l’organizzazione della strage di via dei Georgofili dove persero la vita sei persone.“Siamo partiti da Palermo con la foto del monumento da colpire a Firenze ma non lo abbiamo centrato. Non so se 100 o 200 metri da dove avvenne l’esplosione ma il fiorino si fermò prima, non so se per colpa di un vigile”.

“Dovevamo sequestrare editore Ardizzone”
Ma il piano dei corleonesi per mettere in ginocchio lo Stato non si sarebbe dovuto fermare ai morti di Firenze, Roma e Milano. “Progettammo dei sequestri di persona per finanziare la nostra attività – continua
u tignusu – avevamo già scelto gli obiettivi e i nascondigli. Dovevamo rapire il nipote di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio e il proprietario del Giornale di Sicilia Ardizzone“. “Il piano, che poi fu accantonato, era in fase avanzata – ricorda -. E Graviano con una battuta mi disse: ‘affidiamo i sequestrati ai latitanti, gli diamo un po’ di lavoro'”.

“Dobbiamo portarci dietro altri morti” 
 Spatuzza giunge a un altro capitolo, mai del tutto chiarito, nella storia nera delle stragi: il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma a gennaio del 94. “Graviano mi disse ci dobbiamo portare dietro un po’ di morti – ricorda – così chi si deve muovere si dà una smossa. C’è una situazione che se va a buon fine ne avremo tutti dei benefici, anche i carcerati”. “Nel progetto che mi venne affidato – aggiunge – c’erano già le modalità esecutive. Dovevo andare a Roma e uccidere un bel po’ di carabinieri”. “Perché – disse Graviano – ‘gli dobbiamo dare il colpo di grazia'”.

“Graviano alluse a Trattativa”
La deposizione arriva all’epilogo. Spatuzza ricorda: 
“Graviano non usò mai con me l’espressione trattativa. Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii però che alludeva a un accordo, a una trattativa”. Il pm Di Matteo gli ha contesta che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa e il pentito risponde: “Graviano non lo disse, ma se non era trattativa quella cosa lo è?”. 

Interrogato dal pm Francesco Del Bene, Spatuzza racconta un episodio che sarebbe accaduto a gennaio del 1994 quando un nutrito numero di killer di Cosa nostra erano a Roma per organizzare un attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. “Con un’aria gioiosa mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza”. “Poi – spiega – aggiunse che quelle persone non erano come quei 4 crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene'”, avrebbe detto Graviano. “Poi – continua il pentito – mi fece il nome di Berlusconi e aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”.

Difesa di Dell’Utri: “Inattendibile”
La deposizione di Spatuzza è stata preceduta da una schermaglia processuale tra la difesa dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tra gli imputati, e i pm. Il difensore di Dell’Utri, l’avvocato Giuseppe Di Peri, ha chiesto che venga depositato agli atti del processo il verbale illustrativo della collaborazione di Gaspare Spatuzza, una mossa finalizzata a dimostrare l’inattendibilità del pentito che non ha parlato, nella dichiarazione di intenti imposta dalla legge ai collaboratori di giustizia, delle notizie apprese dal boss Giuseppe Graviano su Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Per il legale, Spatuzza ha parlato delle circostanze riferite da Graviano dopo i 180 giorni che la legge indica come termine massimo entro il quale i pentiti devono dire all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Le dichiarazioni tardive vennero bollate dalla corte d’appello di Palermo che condannò Dell’Utri nel 2010 per concorso in associazione mafiosa e che stigmatizzò il comportamento di Spatuzza dichiarandolo inattendibile.

La Procura ha depositato un verbale illustrativo aderendo all’istanza del legale. Ma il difensore ha sostenuto che quello prodotto dai pm non è il verbale da lui richiesto, esistendone uno precedente. La Procura ha replicato che quello a cui il legale ha alluso è solo il primo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore, non il verbale di intenti.