Era diventata celebre da giovane esponente del Pdl per le sue dichiarazioni anti Minetti. Ma da simbolo della politica pulita, Sara Giudice era presto caduta in disgrazia per le accuse al padre Vincenzo di averle procurato un pacchetto di voti della ‘ndrangheta per le elezioni comunali di Milano del 2011. Ora per quella vicenda è arrivata l’archiviazione decisa dal gip Alessandro Santangelo su richiesta del pm Giuseppe D’Amico.

“È il più bel giorno della mia vita”, commenta Sara. Quando nell’ottobre del 2012 era arrivata la notizia del coinvolgimento del padre in un’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombaridia, lei si era difesa davanti a Palazzo Marino parlando di un complotto organizzato da persone che la volevano incastrare per le sue posizioni contro Nicole Minetti. Da quello sfogo in piazza sono passati 17 mesi. Diciassette mesi di sofferenza, dice Sara: “La mia vita è stata totalmente stravolta e infangata da questa vicenda. Ha distrutto il percorso che avevo intrapreso con la mia battaglia all’interno del Pdl”. Una battaglia che l’aveva portata a criticare l’inserimento dell’ex igienista dentale nel listino bloccato di Roberto Formigoni per le elezioni regionali. Critiche dopo cui aveva lasciato il Pdl per entrare in Fli. E candidarsi alle comunali con il Terzo Polo, senza arrivare in consiglio a causa dello scarso risultato della lista.

Sara non è mai stata coinvolta nelle indagini, perché gli inquirenti avevano riconosciuto fin da subito che era inconsapevole degli eventuali accordi presi dal padre. “Ma i voti sarebbero stati per me. Se mio padre fosse stato colpevole, sarebbe stata anche colpa mia. Quella che si era candidata ero io”. Oggi dice di non volersela prendere con la magistratura, “perché è compito della politica cambiare quello che non va e intervenire sulla lunghezza dei procedimenti. È assurdo dovere aspettare 17 mesi per un’archiviazione, nemmeno un’assoluzione”.

Tempi lunghi che però hanno una spiegazione: le indagini su Vincenzo Giudice, già presidente del consiglio comunale di Milano, sono state condotte all’interno di una più ampia inchiesta che a fine gennaio ha portato al rinvio a giudizio dell’ex assessore lombardo Domenico Zambetti, accusato di voto di scambio con i clan, e di altre otto persone, tra cui il presunto boss Eugenio Costantino. Proprio Costantino, prima delle elezioni comunali, aveva incontrato più volte sotto falso nome il padre. La posizione di Vincenzo Giudice è stata archiviata per mancanza di prove sull’accettazione della proposta corruttiva, mentre secondo il pm l’offerta di voti da parte di Costantino ci fu. “Eravamo stati avvicinati da questa persona che si spacciava per un avvocato – spiega Sara -. Diceva di essere rimasto colpito dalla mia presa di posizione all’interno del Pdl. E per questo diceva di volermi sostenere”.

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