A Palermo sono le 16 e 57 di domenica 19 luglio 1992, Paolo Borsellino è appena arrivato in via d’Amelio, dove abita la madre che deve accompagnare dal medico. Scende dall’autoblindata, e mentre l’autista Antonino Vullo rimane al volante per fare inversione, altri cinque agenti della scorta si posizionano nei pressi del civico 21, dove il giudice si avvicina, schiaccia il tasto del citofono che corrisponde all’appartamento della madre, accendendo contemporaneamente una sigaretta, l’ultima.

Pochi secondi di attesa e in quella strada di Palermo si scatena l’inferno. A schiacciare il tasto che fece deflagrare la Fiat 126 imbottita di tritolo e piazzata in via d’Amelio sarebbe stato lo stesso Borsellino: il congegno che fece strage del magistrato e dei cinque agenti di scorta sarebbe infatti stato occultato proprio nel citofono. La sconvolgente rivelazione – come racconta Repubblica ­- appartiene a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra intercettato dalla Dia di Palermo per cinque mesi, mentre nel carcere milanese di Opera colloquiava col pugliese Alberto Lorusso durante l’ora d’aria. Da mesi i tecnici della Dia stanno continuando a trascrivere le centinaia di conversazioni, che contengono il contenuto dei colloqui tra Riina e Lorusso in carcere. Le telecamere nel cortile del penitenziario milanese erano state piazzate su input della procura di Palermo, e quando gli inquirenti si sono resi conto che Riina aveva appena rivelato a Lorusso particolari inediti sul botto di via d’Amelio, le hanno subito girate alla procura di Caltanissetta, che su quella strage indaga per competenza territoriale.

I pm nisseni guidati da Sergio Lari hanno riaperto da tempo l’inchiesta sulla strage di Borsellino, mentre è attualmente in corso un nuovo processo scaturito dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che si è autoaccusato del furto e della preparazione della piccola utilitaria Fiat trasformata in autobomba. Né Spatuzza e nemmeno l’altro pentito Fabio Tranchina (in queste ore testimone del processo sulla Trattativa, in trasferta all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia) hanno mai fatto cenno a quel particolare che Riina si è lasciato sfuggire in carcere: il telecomando occultato nel citofono di via d’Amelio e schiacciato direttamente da Borsellino. I due collaboratori concordano sul fatto che il boss Giuseppe Graviano si sarebbe appostato in un giardino dietro via d’Amelio, il giorno della strage: ma per fare cosa, se il dispositivo di morte era stato micidialmente nascosto nel citofono?

Su questo stanno lavorando i pm Nico Gozzo, Stefano Luciani e Gabriele Paci. Certo bisognerà aspettare che tutte le intercettazioni di Riina vengano trascritte, per capire con che tono e con quali parole il capo dei capi descrive l’ultimo inedito retroscena dell’orrore. E’ un fatto, però, che a questo punto la storia della strage di via d’Amelio, il più misterioso atto criminale degli ultimi anni, si tinge ulteriormente di giallo: piazzare un telecomando di morte dentro un citofono è roba da professionisti del terrore. “Un colpo di genio” commenta Riina, intercettato mentre parla con Lorusso. Una ‘trovata’ che a livello tecnico può essere messa in pratica solo da gente addestrata nelle più sofisticate tecniche di guerra non convenzionale. Non è un caso che sullo sfondo delle stragi che insanguinarono il Paese tra il 1992 e il 1993, facciano più volte la loro comparsa personaggi esterni a Cosa Nostra: come quell’uomo sconosciuto presente durante la preparazione dell’autobomba utilizzata in via d’Amelio.

“Mentre veniva imbottita di esplosivo la Fiat 126 nel garage tra noi c’era uno elegante, biondino, mai visto prima, parlava con Gaetano Scotto” è il racconto che Spatuzza fornisce ai magistrati. Elementi esterni alla piovra, uomini cerniera e agenti border line che ad un certo punto si ritrovano in Sicilia proprio mentre tra Cosa Nostra e le istituzioni è in corso quel patto mai svelato, che porterà pezzi dello Stato a sedere allo stesso tavolo dei boss mafiosi. Sullo sfondo del botto di via d’Amelio, però, gli interrogativi continuano a moltiplicarsi: perché oltre all’inedita dinamica del telecomando nascosto nel citofono descritta da Riina ( e ovviamente ancora priva di alcun riscontro), sulla strage Borsellino è comparso anche un inquietante prequel. “Tra mezz’ora esploderà una bomba sotto di voi” recita una voce maschile al centralino del 113: sono le 14 e 35 del 19 luglio 1992. L’agente di turno scrisse e girò la relazione su quella chiamata al “Signor dirigente la squadra mobile” (che all’epoca a Palermo era guidata da Arnaldo La Barbera, già a libro paga dei servizi col nome in codice Rutilius) e al “Signor dirigente l’ufficio prevenzione generale”. Due ore e venti minuti dopo, la bomba a Palermo esplose davvero facendo strage di Borsellino e di altri cinque servitori dello Stato. Chi l’abbia piazzata, come e con quali modalità rimane un mistero. L’ennesimo di una storia che ad oggi ha di certo e incontrovertibile soltanto il nome delle vittime: quello dei carnefici rimane ancora in parte nell’ombra.

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