Brise ha tentato l’assalto della rete metallica di Melilla nel Marocco. E’ stato respinto come altre centinaia di giovani dell’Africa sub-sahariana. Ha sopravissuto oltre un anno nella foresta di Nador che circonda l’enclave spagnola. Dopo il mare si vede la costa dell’Europa che appare e scompare a seconda dei giorni. Brise è stato colpito al costato e la ferita è nascosta dentro. Nessuno ne ha preso cura. Decide di tornare nel Camerun da dove era partito due anni fa per sostenere la famiglia. Le mani vuote e la ferita al costato. Cerca abiti di ricambio perché porta gli stessi da quasi un anno.

Desiré arriva con Sandrine sua moglie e tre bambini. Detenuto a Kigali in Rwanda è riuscito ad evadere con la complicità di un amico di famiglia. La signora si trovava ad attenderlo nella Repubblica Democratica del Congo coi bimbi. Sono scappati perché non c’era posto per loro nei due paesi. Mireille di cinque anni comincia a cantare una canzone imparata all’asilo poco prima. Il n’est pas petit navire. Non è un piccolo naviglio. Canta bene con le trecce finte e il viso quasi bianco preso da sua madre solo in parte inglese. Dice di chiamarsi anche Aziza senza saperne il motivo.

Kelly di sette anni fa la guardia ai bagagli e Charlotte ha sei mesi e prende il seno. Le loro ferite sono visibili nelle borse che nascondono quanto hanno lasciato per sempre. Piene di polvere e aperte da un lato per i controlli e le ruberie doganali. A Diffa nel Niger hanno minacciato di respingerli se non davano in cambio soldi. Li avevano nascosti nei pannolini della bimba piccola e li hanno scoperti subito. Circa 350 mila franchi che fanno oltre 500 euro. E senza nulla Desiré con Sandrine e i tre figli passano la prima notte presso la cattedrale di Niamey. Il loro viaggio di nozze.

Loro si accampano invece nel cortile. Patrice a 27 anni vuole ancora giocare al calcio. Nel Camerun si tratta di un orgoglio nazionale. Solo che con lui c’è Cathérine e tre figli. Derubati nel viaggio portano le ferite negli occhi che già rimpiangono la terra che hanno lasciato. Patrice cerca da subito un contratto calcistico promesso e mai realizzato. Cathérine vorrebbe tornare in fretta al paese a causa dei figli. Dice che non avrebbero mai dovuto partire. Solo avevano sentito parlare di altri mondi dove il futuro sembra a portata di mano. La sua ferita si nasconde di silenzio.

Franklin, Mike e Noah sono i loro figli che nel pomeriggio fingono di giocare a calcio con un pallone di pezza. Noah ha più di un anno e comincia a costruire un’arca per continuare il viaggio. Con la mamma accanto non teme neppure il diluvio di sole. Non si è ancora accorto che il fiume Niger non è così lontano come si crede. L’altro giorno un giovane di 17 anni è stato inghiottito dall’acqua. La gente dice che il fiume riconosce e distingue tra autoctoni e stranieri. Il suo corpo è stato ritrovato poco lontano dopo tre giorni di infruttuose ricerche. L’arca è in ritardo di qualche ora.

Anche Kevin ha tentato l’assalto della barriera spinata di Melilla. Gli è andata male più di una volta e porta le ferite ai piedi per il tanto camminare. Passava l’elicottero a bassa quota per impaurire e dissuadere i migranti dal ritentare l’assalto. Sono loro a sbagliare. Rovinano il paesaggio politico dell’Occidente. I poveri hanno torto perché è colpa loro. Queste sono le retoriche di una politica che ha prosciolto i colpevoli reali. Loro sono lontani e stanno dietro gli schermi delle banche e delle quotazioni in borsa. Firmano accordi di espulsioni in cambio di soldi e contratti.

Issiaka era partito a causa della guerra nel suo paese. In Costa d’Avorio si sentiva ostaggio e allora ha preso il cammino dell’esilio. Ghana, Togo, Benin, Niger, Algeria e Rabat nel Marocco. Sembra un professore di geografia calcistica perché voleva giocare a calcio in Spagna. La sua ferita si allontana  quanto più si avvicina il ritorno alla famiglia che ha lasciato nel 2011.

Prima di andare in una camera appena affittata Mireille canta piano che non è un piccolo naviglio.

Niamey, marzo 2014