“Abbiamo fatto partire da poco due nuovi progetti. Il primo riguarda l’abbattimento del tasso di gravidanza tra le ragazze sotto i 18 anni, in alcune zone causa del 30% degli abbandoni scolastici. Un altro prevede la creazione di orti gestiti da studenti all’interno di alcune scuole“. Stefano Todde, 29 anni, seleziona i progetti di cooperazione per il ministero dell’Educazione della Repubblica Dominicana. E’ l’unico funzionario con questa mansione: un italiano da cui dipende la buona riuscita dei programmi di contrasto alla miseria in uno dei paesi più poveri del Centro America per prodotto interno lordo pro capite. “Un caso singolare? Sì, parecchio: qui funziona come in Italia, ogni posto di lavoro è un voto per il politico che lo ha procurato. Io non voto a Santo Domingo, eppure ho fatto il colloquio al ministero e mi hanno preso. E’ stato 4 mesi fa, stavano cercando proprio il mio profilo”. Quello di un laureato in Relazioni internazionali con esperienza nella cooperazione. Lo stesso curriculum con cui in Italia Stefano non era riuscito a racimolare che qualche lavoretto: “Al massimo mi hanno chiesto di andare nei supermercati a chiedere soldi o vendere panettoni a Natale per questo o quel progetto. Una volta un’azienda mi offrì un tirocinio: avrei dovuto vendere viti e bulloni, ovviamente gratis”.

Un colloquio, tre mesi di lavoro, poi la proposta: “Il ministero mi ha offerto il contratto a tempo indeterminato: con 1.200 euro al mese qui ci vivi bene, ho casa in centro, il prossimo obiettivo è comprare un’auto, ma ci metterò un po’ perché sono carissime”. Per Stefano, Cagliari non dista da Santo Domingo i 7.800 chilometri indicati sulle mappe, ma molto di più. Perché prima di arrivare nei Caraibi, “che sono quanto di più lontano esista dai paradisi descritti dai media occidentali”, Stefano ha lavorato ovunque. “Ho fatto l’Erasmus a Bordeaux e vinto il concorso Mae/Crui per fare un’esperienza al Consolato generale italiano a Los Angeles. Dopo la triennale ho usato i soldi risparmiati come cameriere per stare tre mesi a Binghamton, nello stato di New York, a studiare l’inglese”. Al ritorno in Sardegna lo aspetta la specialistica e l’esperienza che gli cambierà la vita: “Ho iniziato un tirocinio al comitato di Cagliari dell’Unicef. Lavoravo otto ore al giorno gratis, ma in cambio ho ricevuto una formazione senza eguali: dopo il tirocinio sono rimasto come volontario per altri due anni. E ho capito cosa volevo fare nella vita”.

Dopo la laurea inizia l’esperienza sul campo. Prima tappa, il Sudafrica: “Nel 2011 ho iniziato un tirocinio presso una ong che si occupava di povertà e iniquità, ma data la paga da fame e il costo della vita a Johannesburg, decisi di tornare in Italia senza sapere cosa fare”. La risposta è sempre la stessa: formazione: “Partii per Copenhagen per un master in salute internazionale focalizzato sul tema dell’Hiv/Aids, argomento della mia tesi. Intanto continuavo ad inviare curriculum: mi rispose una ong scozzese, On Call Africa, e partii per lo Zambia: portavamo cure mediche gratuite nelle regioni più arretrate, insegnavamo l’educazione sanitaria”. Nel 2012 finisce tutto: “Quando sono andato a rinnovare il visto di lavoro, all’ufficio immigrazione mi fecero capire che volevano soldi. Mi rifiutai e chiamai anche l’ambasciata italiana, ma mi sentii rispondere: ‘prega che tutto vada per il meglio’. E nessuno si interessò di ciò che mi stava accadendo. Anzi, il funzionario italiano mi domandò: ‘Ma non è che vogliono soldi?’. Io non pagai e l’ufficio immigrazione emanò un atto di deportazione che attestava che la mia presenza nel paese andava ‘contro gli interessi del popolo’.”

Da Lusaka a Santo Domingo senza passare per l’Italia: “Ormai avevo una fitta rete di contatti, seppi che qui il mio profilo era richiesto”. Da Cagliari all’altra sponda dell’Atlantico, sempre lavorando: “Non sono ricco: mio padre era vigile urbano, mia mamma è impiegata in un’azienda. Quando studiavo ho fatto il cameriere, quello che riuscivo a mettere da parte lo usavo per fare esperienze all’estero. In Sudafrica sono andato con parte del contributo avuto per l’Erasmus, che in Sardegna è più alto grazie alla Regione. Quando mio padre è morto, 3 anni fa, ho investito la mia parte del suo tfr per continuare a formarmi”. Santo Domingo è una tappa, non la meta: “Se mi chiedi di sognare, allora vorrei arrivare all’Onu“. L’Italia no, non è un sogno nonostante la nostalgia: “Mi manca Cagliari, la mia famiglia, ma non tornerei. Mio fratello è emigrato in Germania: ha cominciato come cameriere e oggi è il proprietario di cinque gelaterie. Spesso mi ha chiesto di raggiungerlo, ma io ho studiato per fare altro. E trovare il modo di fare il lavoro che hai sempre sognato è una soddisfazione indicibile. Anche se devi lasciare il tuo paese”.

di Marco Quarantelli