Ci risiamo. 300 non era finito e, ahinoi, nemmeno stavolta la fine è vicina: 300: L’alba di un impero figlierà pure lui. L’unica speranza, ormai, è che non scopiazzi la scansione della saga di Richard Linklater con Ethan Hawke e Julie Delpy: alba, tramonto, mezzanotte, e che sonno… “Mente creativa” ancora lui, Zack Snyder, che scrive – a partire dal fumetto Xerxes di Frank Miller – e produce, mentre la regia è affidata al sodale Noam Murro: non è un prequel né un sequel di 300, cui viceversa si affianca temporalmente. Mentre Leonida e i 300 spartani si fanno valorosamente massacrare dai persiani alle Termopili, il buon Miller non lascia, guarda al portafogli e decide per il raddoppio: già, perché non compulsare il caro, vecchio Erodoto e resuscitare la battaglia di Capo Artemisio? Detto, fatto, con beneficio d’inventario: la flotta ateniese guidata da Temistocle (Sullivan Stapleton, manzo capo) è contrapposta alla preponderante marina persiana, condotta dalla bella e sanguinaria Artemisia (Eva Green). Fu sera (il comic-book) e fu mattina, anzi, l’alba, servita sul grande schermo con profluvio di plasma – ma il sangue è così grumoso, così plastico? – e 3D che più caciarone non si può.

Vento in poppa e poppe al vento (complimenti a Eva Green, ancora in forma The Dreamers 10 anni dopo), teste mozzate e maschia fratellanza, onore, gloria e sacrificio supremo: mancano solo i due marò, per il resto chi più ne ha più ne trova. È cinema velatamente mitologico, effettistico per definizione, tonitruante per missione, smargiasso per elezione: i mostri marini fanno scempio dei marinai, i corvi pasteggiano a bulbi oculari, le teste prima si mozzano e poi si baciano, dardi e frecce saettano come i palloni di Mark Lenders in Holly e Benji, la libertà si sbandiera, la morte è una benedizione, c’est la vie. Ovvio, tra il gore meccanico e lo splatter di plastica, spunta il trash involontario: l’azzuffatina amorosa di Temistocle e Artemisia ha doppi sensi che neanche il fu Pierino, le posizioni si cambiano come si sfogliasse il Kamasutra, ma la loro guerra dei sessi trova – in platea – la pace dei sensi.

Lasciando una sola domanda: Artemisia finirà infilzata, sì o no? C’è di più, ghiotto: l’opposizione tra Greci, alias il mondo libero, e Persiani, il resto del mondo (definizione calcistico-amichevole), arriva fino ai giorni nostri, e viceversa. Ovvero, L’alba dell’impero trova spazio non solo per i martiri greci, ma retrospettivamente per dei kamikaze ante litteram: schiavi persiani mandati incontro alla flottiglia ellenica con zaini imbottiti di petrolio… Tu chiamalo se vuoi fantamito, ma dal Golfo all’Indonesia scommettiamo che sforbiceranno? Non solo, la contrapposizione rievoca la lotta dei sessi: da un lato, i greci sono straight o, al massimo, metrosexual; dall’altro, il mortale fatto Dio Serse è depilato, lustrato e palestrato che più che re è una regina, una drag queen. Già, non c’è più il cripto fascismo di 300, eppure tra una triremata e l’altra rispunta lo spettro: il Bene è etero, il Male è “confuso”, condito di maschere fetish e borchie sadomaso.

Anche se la Storia, questa sconosciuta, propenderebbe per un pareggio. Ma bisogna capirli, Zack, la moglie Deborah Snyder e la Warner Bros.: budget di 65 milioni di dollari, 300 ne incassò la bellezza di 456 nel 2007, come non bissare? Dunque, ecco la copia e le stesse categorie duali: greci e persiani, pochi e tanti, democratici e servi/padroni, con l’opzione larghe intese – almeno, a letto – di Artemisia che naufraga. Non resta , dunque, che compiangere l’Atene in fiamme, piangere l’unico mare cinematografico a gradoni e sorridere di queste invasioni barbariche: no, non quelle di Serse, ma quelle anabolizzanti di Hollywood.

@fpontiggia1

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