Squadristi del web, bulli 2.0, internauti teppisti. Un nome decente per questo fenomeno ancora non è stato trovato, ma le risse e gli insulti su internet sono diventati un fenomeno che non si può più ignorare e con cui, soprattutto i quotidiani online, devono fare ancora i conti.

Ho intercettato un “teppista” intento a lanciare improperi postati sotto a un articolo e l’ho intervistato per capire chi sono queste persone e perché hanno tanto rancore nei confronti del mondo. Ovviamente è un solo caso singolo e non può valere per tutti, per questo non gli ho chiesto “che lavoro fa” o “per chi vota”, ma ho fatto solo domande sul proprio comportamento verbalmente violento.

Anche il suo nickname la dice lunga, ma non lo metterò per non dargli soddisfazione (ah, ah).

Perché ha postato sotto un articolo del Fatto Quotidiano apparso su Facebook commenti acuti e intelligenti come “ti auguro di crepare sotto un tir” e “sei un faccia di c***”?

Perché *** ha scritto proprio delle vere str***

Quale pensa che sia l’utilità nel mandare a quel paese una persona che viene intervistata o che esprime una idea diversa dalla sua?

Così capiscono di essere dei co***

Quanti commenti scrive in un giorno?

Anche cinque o sei certe volte. Ma non tutti i giorni. Perché, non si può?

Le capita spesso che il tono di questi commenti sia “sopra le righe”?

Scrivo quello che voglio. A volte dai siti me li tolgono, allora li scrivo su Facebook.

Crede che i giornali dovrebbero scrivere solo cose che lei condivide?

Se scrivono delle c***  io lo dico. Va bene!?

Guardi che non ha risposto alla domanda. Riprovo: crede che i giornali dovrebbero scrivere solo cose che lei condivide?

No, ma io rispondo come voglio.

Pensa che un lettore con le proprie osservazioni potrebbe aiutare a stimolare un dialogo costruttivo e sviluppare un ragionamento online?

Sì.

Crede che il suo commento “vada a fare ***” abbia posto le basi per un ragionamento interessante?

Sì. Perché?

Si definirebbe un “teppista del web”?

Non ho mica fatto male a nessuno. Ho solo detto quello che penso, ovvero che la *** è una ***

Se non le piace il termine “teppista” come si definirebbe?

Un libero pensatore.

Ah, benissimo… Se io ora invece che farle una domanda la mandassi a *** come mi risponderebbe?

***, ***!

La ringrazio molto delle delucidazioni. Arrivederci.

p.s.: mentre facevo l’intervista mi frullava in testa un’immagine che non riuscivo a mettere a fuoco. Un personaggio di un romanzo. Solo dopo qualche minuto mi è venuto in mente, era il compagno di classe di David Copperfield descritto da Charles Dickens. Il bulletto dell’ultima fila che malmenava i compagni e disegnava teschi sul quaderno. David si chiedeva come mai il ragazzo disegnasse solo quelle lugubri teste di scheletri, una dopo l’altra. Pensava fosse perché rappresentavano in qualche modo la sua aggressività. Poi capì.

Per fare il teschio bastava un tratto di matita e due palle nere al posto degli occhi. Non era complicato come disegnare il volto di una persona con naso, orecchie e tutto il resto. Disegnare teschi era semplicemente la cosa più facile.