Un libro, una storia possono essere rifugio, nido, ragione di conforto e possibilità di trovare una “stanza tutta per sé” in cui isolarsi almeno per un momento dal mondo circostante, che semplicemente fa rumore oppure che ci vessa in una particolare circostanza. In Jane, la volpe & io, graphic novel canadese appena pubblicata da Mondadori, la protagonista trova conforto tra le pagine di Jane Austen. Non è forse proprio la storia in sé a farle dare la definizione di “migliore che abbia mai letto”, ma probabilmente il fatto che quelle pagine costituiscano un riparo rispetto alle prese in giro delle compagne di classe, alle scritte sui muri che la descrivono grassa come non è, agli scherzi, agli incitamenti a non parlarle e a non esserle amici. Le pagine diventano fisicamente una barriera a  protezione che Hélène innalza sull’autobus, fingendo di isolarsi, oppure in campeggio, contro il silenzio e l’indifferenza di chi condivide la sua stessa tenda.

Così, mentre il suo quotidiano ci viene raccontato sui toni del grigio che uniformano volti, giardini, edifici e sentimenti, le pagine in cui si parla del romanzo di Charlotte Brontë sono piene di colore che – anche quando è cupo e scuro – rende il tutto vivo. Pian piano il colore invaderà anche le giornate di Hélène, grazie alle risate, all’entusiasmo, al prender per mano di una nuova amica; prima timidi cenni di foglie nel paesaggio, poi pennellate più ampie.

Il testo della graphic novel – finalista ad Angoulême – è di Fanny Britt, le illustrazioni invece di Isabelle Arsenault che con grazia affronta temi come il bullismo e il sentirsi fuori posto, fuori luogo della protagonista, in bilico tra la paura di non essere notata e quella di essere ignorata. Questo è un libro: il lettore non sa se davvero Hélène puzza come dicono i compagni e scopre solo più avanti che il suo peso è perfetto per la sua età, ma può sapere – magari proprio per averlo vissuto sulla propria pelle – il peso della solitudine, la lunghezza di un corridoio o di un tragitto in autobus quando sei costretto a condividerlo con voci che di te ridono, la lama di coltello di certi sguardi e certe parole. Allora questa storia potrà essere di rifugio per qualcuno proprio come quella di Jane lo è per la giovane protagonista, in una comunicazione dove più della parola dice il disegno, la mancanza di colore o la sua presenza.

di Caterina Ramonda